Buon anno a tutti, ma non comincia bene…! Sabato scorso ci siamo svegliati con la notizia del blitz di Trump contro Maduro. Un feroce dittatore era stato rimosso, con metodi non proprio diplomatici, ma con una incursione dai contorni ancora misteriosi, condotta dentro casa del Presidente venezuelano. La notizia poteva anche essere salutata con sollievo e soddisfazione, visto che Maduro era un Presidente abusivo, eletto con elezioni farsa, succeduto all’altro autocrate Hugo Chavez, al potere fino al 2013. Ma, a pensarci bene, la caduta di un dittatore è solo una mezza buona notizia, perché tutto dipende da cosa succede dopo la caduta. La storia è piena di esempi poco edificanti: l’eliminazione di Gheddafi in Libia nel 2011 ha aperto un periodo di altissima turbolenza che dura tuttora, quella di Saddam Hussein in Iraq nel 2006 ha spalancato le porte all’Isis ed al terrorismo fondamentalista islamico, la deposizione di Assad in Siria ha lasciato il Paese in mani tutt’altro che affidabili, per non parlare di quello che seguì alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e del suo rigido blocco di potere. Il Venezuela sabato non è tornato alla democrazia, non è ancora un Paese libero di decidere il suo destino, non lo sarà fino a quando non saranno indette libere lezioni con liberi partiti politici, ammesso che ciò possa mai avvenire nel breve-medio termine. Maduro è stato eliminato non perché era un dittatore, ma perché dava fastidio ai disegni egemonici di Trump e della sua cricca di potere. Per il petrolio, insomma. Temo che l’Amministrazione americana non abbia alcun interesse al ritorno della piena democrazia in Venezuela, ammesso e non concesso che ciò sia possibile in quel contesto, da decenni disabituato ad ogni forma di partecipazione libera e civile. Un Paese potenzialmente ricchissimo, grande tre volte l’Italia ma con metà della sua popolazione, seduto sui più grandi giacimenti petroliferi del pianeta, eppure povero in canna, sconvolto da problemi sociali devastanti, in mano a corruzione e narcotraffico. Un Paese dove il populismo, sedicente di sinistra, non ha risolto alcun problema di equilibrio sociale e dove nemmeno il petrolio in quantità riesce a favorire uno sviluppo decente delle condizioni di vita. Se i venezuelani volessero, sarebbero già nelle strade a reclamare libere elezioni subito; purtroppo, la struttura istituzionale del Paese è a pezzi e non si vede chi possa ricostruirla. Si aggiunga che masse ingenti di campesinos hanno sempre sostenuto il caudillo di turno in cambio di assistenza. Trump ha facile gioco nel sostenere l’inaffidabilità della maggior parte dei Paesi sudamericani che in oltre un secolo non sono riusciti a promuovere le loro società e le loro economie a livelli occidentali. Il Cile, dopo il lungo giogo di Pinochet e poi anni di governi teoricamente illuminati, oggi ha scelto (democraticamente) un nostalgico del regime come Presidente. L’Argentina si è affidata ad un simil-Trump con la motosega, che ha avuto bisogno di 20 miliardi di dollari per non dichiarare fallimento: ora è totalmente nelle mani degli USA. Il Brasile è venuto fuori dalla esperienza proto-trumpiana di Bolzonaro, lo ha ficcato in galera per 40 anni (al contrario dei raffinati democratici americani con Trump), ma è nelle mani di un vecchio terzomondista come Lula da Silva. Difficile prevedere come andrà a finire. Tutto il subcontinente è in precarie condizioni: figuriamoci se uno squalo come Trump si lascia sfuggire l’occasione per instaurare un neocolonialismo da secondo millennio…! Intanto si è pure piazzato ai due capi del Canale di Panama, nell’attesa di prenderselo tutto. E noi? Noi europei, intendo dire? Stiamo a guardare, dispensando condanne a destra e manca, facendo dichiarazioni generiche ed ambivalenti, senza una politica estera degna di questo nome. Snervanti dibattiti per dichiararsi pro o contro, senza capire che in situazioni così complesse non serve tifare per l’uno o per l’altro. Il mondo sta vivendo un profondo stravolgimento politico, e Trump e Maduro non sono come Juve e Toro. Maduro era un dittatore che non meritava alcuna solidarietà, Trump resta il problema che conosciamo, con le sue spregiudicate mire egemoniche, che vanno contrastate con la politica, non con le dichiarazioni di principio. Ogni sincero democratico vede che il diritto internazionale è da tempo sottoposto ad ogni tipo di stress, che l’ONU è totalmente irrilevante, bloccata da veti e da equilibrismi dialettici, che i potenti usano la potenza di cui dispongono come Atene la usava verso l’isola di Melo, nel racconto di Tucidide, nel V secolo a.C. Non è con le vibrate proteste che si rimette in carreggiata un mondo che sta deragliando. Serve la politica, serve la capacità di fare le cose giuste, serve la capacità di immaginarle, le cose giuste, e questo richiede chiarezza di idee. Proprio quello che manca all’Unione Europea: una guida ferma e forte, una saldezza di principi e una conseguente capacità di azione. Qui oggi stiamo a guardare le prodezze di Trump come abbiamo già guardato quelle di Putin e come guarderemo quelle di Xi Jinping. Io speriamo che me la cavo: oggi è questa la strategia della UE. Noi non possiamo controllare Trump: speriamo che a contenerlo ci pensino quanto prima i democratici americani, nelle elezioni di medio termine. Tocca a loro. Noi però possiamo creare una posizione europea forte e chiara, mettere sul tavolo le nostre idee di progresso e di sviluppo, con una coesione che ci metta al riparo dei colpi di testa di Trump e di quelli come lui, senza furbizie e ambiguità. I Paesi europei (quasi tutti) hanno ancora ben saldi i principi democratici su cui sono stati fondati: devono difenderli ad ogni costo, ma non a chiacchiere, con azioni, con una difesa comune, una intelligence comune, una polizia federale, una politica industriale coordinata, una diplomazia europea, un seggio UE permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Oggi l’America
non è più il “faro della democrazia” che illumina il mondo occidentale.
Oggi il faro siamo
noi, l’Europa, che deve assumere su di sé le responsabilità di tenere la barra dritta
e fare da sponda alla parte degli USA che si oppone al declino. La Danimarca, con annessa Groenlandia, è anche casa nostra e nessuno può permettersi di metterne in discussione la sovranità. Ma per farlo non serve indignarsi, serve mettersi ad un tavolo con la NATO per decidere la collocazione strategica dell’isola, stroncando sul nascere ogni velleità trumpiana. Che servono leader migliori degli attuali l’ho già detto, ho fatto anche i nomi, ma anche l’opinione pubblica deve capire che deve mobilitarsi con le bandiere europee, in difesa del carattere europeo ed a favore dei principi democratici europei. Serve che un gruppo di Paesi importanti tiri la volata, senza troppa paura: il mito dell’unanimismo ci ha portato a questa paralisi: non possiamo permettercelo. Forse qualcosa si sta muovendo ... Questo che viene sarà un buon anno se e solo se la UE riuscirà ad imporre la sua presenza sullo scacchiere internazionale; se non ci riuscirà, sarà la fine dei sogni di Ventotene. Anyway, buon anno!
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