Tutte le comunità sociali hanno bisogno di regole, di norme di comportamento, di prescrizioni, insomma di leggi, che tutelino i componenti della società (un tempo sudditi, non tutti uguali, ora cittadini, tutti uguali di fronte alla legge) da prevaricatori, violenti, furbastri, truffatori, spregiudicati, delinquenti, persone che agiscono seguendo il proprio interesse personale, a scapito di altri soggetti, o della comunità. Da che mondo è mondo, dal tempo di Hammurabi e per circa 4.000 anni, ogni società si è dotata di un sistema, prima rudimentale, poi via via sempre più raffinato, di amministrazione della giustizia. Un sistema che avesse il potere di accertare e poi giudicare ed eventualmente punire atti contrari alla civile convivenza, stabilendo torti e ragioni, comminando assoluzioni e pene. L’essere umano, si sa, è di natura litigioso ed egoista, molto spesso è aggressivo e tende a prevaricare il prossimo; si creano quindi infinite occasioni di attrito, di scontro, di conflitto anche violento, che vanno affrontate ed appianate, per mantenere un accettabile livello di civile convivenza. Poteva occuparsene il sovrano, il faraone, l’imperatore, il maggiorente, l‘ecclesiastico o, in sistemi via via più sofisticati ed evoluti, uno specifico corpo dello Stato: la Magistratura. Negli Stati moderni la Magistratura esercita il potere giudiziario con il compito di amministrare la giustizia in tutti i suoi aspetti. La Magistratura può avere il compito di regolare i rapporti tra parti in conflitto, allo scopo di risolvere liti, stabilire indennizzi, appianare divergenze. È la Magistratura civile. Ed ha anche il compito di perseguire i reati, giudicare gli eventuali colpevoli e comminare le pene previste dalle leggi. È la Magistratura penale. La Magistratura ha anche compiti di indagine, attraverso la Polizia Giudiziaria, e di pubblica accusa nei confronti dei potenziali rei. Il processo penale è il rito attraverso il quale la giustizia viene somministrata. Il processo può essere di tipo inquisitorio, quello più antico e tuttora usato nel diritto canonico e nelle società meno avanzate, che prevede che lo Stato indaghi, cerchi e vagli le prove, infine porti a processo per un giudizio i presunti rei. Un giudice assolve, condanna, commina le pene. In sostanza, le parti in causa sono due: lo Stato, che accusa e giudica, ed il (presunto) reo, che si difende dalle accuse. L’evoluzione delle società, lo sviluppo delle democrazie e l’affermazione della cultura dei diritti hanno man mano soppiantato il processo inquisitorio con il processo accusatorio, nel quale le parti diventano tre: l’accusa, la difesa ed un giudice terzo, che giudica e decide. In questo caso, la formazione e l’acquisizione della prova avviene all’interno del processo, nel quale l’accusa e la difesa agiscono in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo. Lo Stato italiano ha adottato questo tipo di processo fin dal 1989, con la riforma promossa da Giuliano Vassalli, giurista partigiano e socialista. Nel 1999 una modifica costituzionale bipartisan ha specificato ulteriormente il concetto, espresso nell’art. 111, che ora recita: La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata. Parole chiare ed inequivocabili, da cui sembrerebbe del tutto logico e naturale far discendere la separazione delle carriere tra i magistrati inquirenti e quelli giudicanti (le “parti” sono due, difesa ed accusa, e il giudice è “terzo ed imparziale”). Nei 37 anni dal varo della riforma Vassalli però, a causa delle forti resistenze opposte da una parte dei magistrati, non si è mai riusciti a adeguare alla riforma l’organizzazione della Magistratura, malgrado la sua “ratio” ed il dettato della Costituzione fossero chiarissimi. Inquirenti e giudicanti sono entrambi magistrati, ma fanno mestieri affatto diversi e nulla giustifica che facciano gli stessi concorsi, abbiano la stessa formazione, abbiano un unico organo che ne gestisca le carriere, le valutazioni, le eventuali azioni disciplinari. La Costituzione previde un unico Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) nel 1946, quando il processo era ancora inquisitorio e, come visto, prevedeva un unico corpo dello Stato che gestisse accusa e giudizio. Ovvio che il cambiamento del tipo di processo avrebbe dovuto comportare quasi automaticamente la modifica della Costituzione, per adattarla alle mutate condizioni. Se ne è parlato per decenni, la sinistra ne ha fatto in più occasioni una bandiera ma, come per tante altre riforme, passare dal programma politico all’esecuzione si è rivelato molto arduo. E lo possiamo constatare oggi, in una campagna referendaria che non meriterebbe tanto clamore, visto che la riforma in questione non innova nulla ma semmai adegua l’organizzazione alle già mutate condizioni. Purtroppo, la lotta politica non va tanto per il sottile e quindi ogni occasione è buona per distinguersi, per polemizzare, per accusarsi delle peggiori nefandezze, come la presunta e niente affatto scontata volontà di assoggettare i giudici (“tout court”) alla politica, roba che solo Orbán può tentare di fare in una Europa civile. La riforma semplicemente non lo prevede. E quindi le danze sono aperte: i cittadini non voteranno sul merito della riforma, ma solo sulla propaganda e sulla simpatia/antipatia per il Governo, che a sua volta non resiste alla tentazione di buttarsi nella mischia, sperando di assestare un colpo alle opposizioni, tanto per cambiare divise al loro interno. Ma è solo fuffa: SI e NO non sono opzioni politiche, sono solo un aspetto tecnico-organizzativo, sul quale non varrebbe la pena spaccare il Paese, più di quanto già non lo sia di suo. Discorso a parte merita l’altro aspetto della riforma, il sorteggio dei membri del CSM, che nelle intenzioni del Riformatore dovrebbe arginare lo (stra)potere delle correnti della Magistratura. Le correnti, com’è noto, sono una vera e “impropria” replica dei partiti politici all’interno di un’organizzazione che dovrebbe per definizione essere super partes. Sentir parlare di una Magistratura di destra, una di sinistra o una di centro è quanto di più incongruo si possa immaginare in uno Stato di diritto. Correnti di ispirazione politica non hanno alcun senso nella Magistratura, e Mattarella non perde occasione per ribadire che i magistrati sono e devono essere autonomi ed indipendenti, devono essere, ma anche sembrare, imparziali. Concetti che mal si addicono allo stato attuale delle cose. Il sorteggio, previsto nella riforma, si muove in questa direzione e tocca anche il potere del sindacato dei magistrati (ANM, Associazione Nazionale Magistrati, un ente non istituzionale) che oggi, attraverso le correnti, gestisce l’intera organizzazione della Magistratura, spesso con criteri molto poco trasparenti, come dimostrato dai tanti recenti scandali. Questa è la posta in gioco: null’altro. Non è poco, ma nemmeno tanto da gridare al colpo di Stato. Si tratta di temi che la politica avrebbe dovuto affrontare e risolvere da decenni, con un confronto tra esperti, senza ricorrere ai cittadini, che oggettivamente hanno ben pochi mezzi per decidere su argomenti così specialistici. Purtroppo, ancora una volta la politica non è stata capace e ha preferito lasciare la responsabilità ai cittadini, privilegiando lo scontro ad un ragionato e costruttivo confronto. Quindi, adesso tocca a noi …
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