Come ogni anno da vent’anni, il 27 gennaio si è celebrato il Giorno della Memoria per le vittime dell’Olocausto. Come ogni anno, quello è il giorno in cui tutti (quasi tutti, perché qualche esibizionista incontinente con la svastica lo si trova sempre …) diventano antinazisti, solidali con le vittime, sensibili al dolore, …, anche se con evidenti diversi livelli di partecipazione, di rappresentatività, di sincerità, ed anche di retorica. Quest’anno perfino Meloni si è spinta un po’ più in là nei giudizi, riconoscendo “la complicità del regime fascista” nel più grande crimine della storia dell’umanità. È già tanto … Da domani ricominceranno i distinguo, le sottigliezze, le puntualizzazioni, per non parlare delle assurde vergogne ideologiche denunciate da Liliana Segre (come l’equiparazione dei nazisti di ieri con gli israeliani di oggi), fino al prossimo anno. Nel frattempo, l’antisemitismo resiste nella testa e nella cultura di tanti, si confonde con l’antisionismo, con la legittima critica politica a Netanyahu, con il sostegno alla causa del popolo palestinese, insomma inquina un dibattito, che invece dovrebbe sempre e solo partire da un unico punto, una realtà storica inoppugnabile. L’Olocausto è stato il punto più basso mai raggiunto nella ormai lunga storia dell’umanità, insomma rappresenta ancora e rappresenterà per sempre il male al suo massimo livello. Sembra strano, a oltre ottant’anni dal disvelamento degli orrori dei campi di sterminio, dover ribadire, quasi con pedanteria, questa verità incontrovertibile. Non c’è nulla di opinabile, non ci sono condizioni né spiegazioni di sorta. La lunga storia dell’umanità non presenta nulla di simile. Eppure, essa è costellata di brutalità, di violenza, di sopraffazione, di episodi terribili. Mai però si è verificato un evento paragonabile alla lucida determinazione, alla spietata programmazione ed esecuzione di un progetto dettagliato e minuzioso di sterminio di una intera comunità (e quella ebraica non fu l’unica). Le guerre costituiscono l’ossatura della storia sin dalle sue origini: tutto lo sviluppo dell’umanità si è svolto attraverso aggressioni, sopraffazioni, selvagge carneficine, che l’innata indole violenta dell’essere umano, specialmente di sesso maschile, ha provocato. Non c’è industria delle armi, non c’è sistema economico e sociale, non c’è tecnologia che faccia alcuna differenza. Annibale non aveva dietro gli industriali cartaginesi, né Attila gli acciaieri tedeschi. La potenza di Roma promuoveva il potere in purezza, senza distinzioni di razza, di provenienza, di ceto. Come per Atene secoli prima, era affermazione di potenza e basta. Dalle origini ai giorni nostri, gli uomini (soprattutto gli uomini!) hanno sempre sfogato la loro aggressività sui loro simili. Le pietre, le lance, gli archi, le frecce, le catapulte, le spingarde, le armi automatiche, le mine, le bombe, i gas, tutto è stato usato. Anche l’atomica, che almeno ha avuto il “pregio” di evidenziare un limite, oltre il quale nessuno vince e nessuno perde. Ci estinguiamo e basta. Se l’Iliade con la sua ferocia, dopo tremila anni, è ancora così attuale, così comprensibile, è perché lì dentro ci siamo tutti noi. Ancora oggi. Ma l’Olocausto non è la guerra. Anche se è incastonato negli anni della Seconda Guerra Mondiale, esso non ha alcuna attinenza con questa. I nazisti erano in guerra con il Regno Unito, gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, gli Alleati insomma, ma non erano in guerra con gli Ebrei. Eppure, hanno pianificato a lungo, ed eseguito con certosina precisione e determinazione, tutte le fasi di un progetto di sterminio che solo la sconfitta di Hitler nella guerra in corso ha potuto interrompere, dopo sei milioni di vittime. Infatti, l’Olocausto non fu un crimine di guerra, fu un crimine contro l’umanità. Senza la guerra, sarebbe stato forse ancora più radicale. Era il progetto di cancellazione di un popolo colpevole solo di essere tale. La parola “genocidio” lo descrive esattamente, e dovremmo stare attenti a non inflazionarla, a non volgarizzarla, perché le caratteristiche che la definiscono sono uniche. L’Olocausto costituisce un punto singolare della Storia, da non equivocare mai, né relativizzare ai tempi, né paragonare ad altre efferatezze delle quali l’essere umano si è macchiato in cinquemila anni di storia. Il 27 di gennaio non è una ricorrenza come ce ne sono tante altre, non è solo un Giorno della Memoria, discorsi, lapidi, pietre d’inciampo, lacrime, rispetto e devozione per i superstiti. Attenzione! Tra pochissimo non resterà più nessun testimone vivente di quella follia collettiva che un gruppo di uomini non umani ha perpetrato. In quel momento tutto potrebbe essere traslocato nelle soffitte del ricordo, nella nuvola del mito, fino a quando resteranno solo pallide memorie, e una ricorrenza annuale. Bisogna resistere alla tentazione di girare pagina e andare avanti. Arriveranno altre guerre, altre tensioni, altri massacri, altra violenza, sperando che non scappino di mano a chi possiede il bottone fatale dell’arma nucleare, la Storia andrà comunque avanti, ma quella cosa lì, quei dieci e più anni d’inferno, non potranno né dovranno mai essere archiviati, da nessuno. Ci sono almeno un paio di ottimi film, basati su documenti e verbali originali (i nazisti scrivevano tutto …), “La Conferenza” e “Conspiracy – Soluzione finale”, che raccontano entrambi, con estrema precisione e dovizia di particolari, un incontro tenutosi a Wannsee, nei pressi di Berlino, il 20 gennaio 1942, durante il quale un gruppo di alti gerarchi pianifica la “soluzione finale” con la freddezza e la professionalità con le quali in qualsisia azienda si pianificherebbe lo sviluppo di un prodotto, o un evento: numero di persone coinvolte, treni e contenitori per il trasporto, percorsi da seguire, modalità di gestione e tecniche di esecuzione delle uccisioni nei campi di sterminio, il tutto come se fosse la cosa più ordinaria del mondo. La sensazione che se ne trae è sconvolgente: c’erano uomini, all’apparenza normalissimi executive manager, che programmavano attorno ad un tavolo in una villa elegante, con calcoli, tabelle e caffè, sei milioni di omicidi. Sei milioni … No, non ci basterà un Giorno della Memoria ogni anno, ci servirà molto di più, servirà inventare un vaccino perenne, servirà elaborare un senso di repulsione che dovremmo imprimerci nel DNA, in modo da tramandarlo con i caratteri ereditari. Purtroppo, con l’aria che tira, questa operazione sarà molto problematica: nella patria della democrazia occidentale un Presidente eletto invia uno travestito da nazista a rastrellare (ed anche uccidere) oppositori, immigrati, diversi in generale; e questo viene tollerato e non genera (ancora) una unanime ripulsa. Oggi gli USA sono un terribile banco di prova: dovesse la democrazia uscirne sconfitta, saremmo di nuovo sull’orlo dell’abisso, di nuovo pronti a rivivere l’inferno. Che l’umanità non voglia, ancora una volta, accettare di precipitare senza lottare nel baratro della vergogna. Un altro film, “La vita è bella”, ci indica una strada: Benigni e Cerami hanno racchiuso tutto l’orrore ed anche tutta la speranza dell’umanità nell’indimenticabile grido finale del piccolo Giosuè: “Abbiamo vinto!”.
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