L’uscita di Vannacci dalla Lega e le conseguenze dei recenti fatti di Torino, pur nella loro diversità, permettono, anzi suggeriscono, una riflessione generale, ai limiti della fantapolitica: un esercizio, un esperimento mentale, utile per inquadrare i possibili scenari futuri. Quei fatti rendono chiaro che gli estremisti non si accontentano mai e reclamano spazi autonomi, mentre rifuggono qualsiasi approccio responsabile. Vannacci, nella Lega di Zaia, Giorgetti e Fedriga stava troppo stretto, sentiva soffocate le sue più genuine ed autentiche tendenze autoritarie, reazionarie, identitarie. Ora ha deciso di provarci da solo, per godere di quella libertà di manovra che lui pensa indispensabile al raggiungimento dei suoi obbiettivi (qualunque essi siano …). Salvini appare in affanno: in realtà non si è più ripreso dopo i fasti del Papeete nel lontano 2019 e, malgrado la benevolenza dei suoi, sta arrivando al capolinea. Dall’altra parte, quelli che contro ogni evidenza continuano a sostenere che quello di sabato era un corteo pacifico e festoso fanno finta di non capire di essere stati utilizzati per coprire azioni violente ben preordinate da parte di quelli in favore dei quali stavano manifestando. Askatasuna aveva messo nero su bianco le intenzioni tutt’altro che pacifiche della manifestazione. Chi doveva sapere, sapeva, specie chi fa politica per professione. Ora cercano di gettare la croce sulle Forze dell’Ordine, forse non impeccabili, ma chiunque non sia velato dall'ideologia vede la realtà quale era in effetti: quindi, erano conniventi o sprovveduti? moderni estremisti o nostalgici del bel tempo che fu, quando le botte con la Polizia al sabato pomeriggio erano il passatempo preferito di giovani rivoluzionari o aspiranti tali? In ogni caso, si tratta di persone e forze politiche radicali, massimaliste, spesso antagoniste, non disponibili ad un approccio pragmatico e riformista. Per loro, testimoniare una presenza è più importante che provare a cambiare il mondo. Insomma, le ali estreme della politica mordono il freno, si sentono oppresse, anelano spazi di protesta, che però la società civile può concedere solo se restano nei binari della legalità. Cosa che in quelle aree non è esattamente una priorità. Di conseguenza, cresce lo spazio per una o più forze che prendano nettamente le distanze sia dai nuovi guerrieri metropolitani (attivi e/o sostenitori), sia dagli estremismi da operetta dei nuovi “futuristi” (con buona pace di Marinetti, che almeno, a suo tempo, rappresentava una certa originalità culturale). È lo spazio per una forza centrista liberalsocialista, riformatrice, fortemente europeista, pragmatica e poco ideologica, che sia capace di rassicurare un elettorato sempre più smarrito, confuso, che sta perdendo la pazienza, e nel contempo fare, costruire, riformare ciò che va riformato, senza troppa paura. Una forza con il preciso e dichiarato obbiettivo di vincere le elezioni e governare, e non testimoniare una posizione ideologica. Ma come ci si può arrivare, a partire dalla frammentazione attuale, nella situazione data? Si tratta di intraprendere un cammino lungo e tortuoso, senza alcuna garanzia di successo, guidati solo dall’obbiettivo finale: governare senza il ricatto degli estremisti di ogni tipo, rispettando i principi e i valori della democrazia occidentale, dello Stato di Diritto, in una Europa destinata al federalismo, come chiede da tempo Mario Draghi. Quest’area, per brevità chiamiamola pure “draghiana”, non può prescindere da un rapporto forte con il PD, che oggi di quell’area è l’espressione più corposa ed organizzata, anche se molto poco omogenea al suo interno. Quel Partito dovrà presto assumere delle posizioni definite, uscire da ogni ambiguità, affrontando le conseguenze di tale scelta, qualunque esse siano. Poi c’è tutta una galassia di forze centriste piccole e piccolissime, politicamente del tutto coerenti tra loro, anche se l’una contro le altre armate, per motivi spesso poco commendevoli (gelosia, invidia, ripicca, …). Infine, c’è anche qualche pezzo illuminato del centrodestra, sinceramente liberale e riformista, che mal sopporta estremisti e nostalgici per nulla redenti. La famiglia Berlusconi, morto l’ingombrante capostipite, pare essere pragmaticamente attratta da questo approccio. In conclusione, stiamo parlando di un conglomerato di forze politiche che ricorda la DC come posizionamento centrista ed il primo PD (quello veltroniano e poi renziano) come contenuti: liberalsocialismo democratico, europeista, riformista, nessuna preclusione preconcetta verso nessuno, nemmeno 5 stelle e massimalisti, purché si condividano premesse e pochi punti essenziali di programma. Non si corre dietro a nessuno. Altrimenti, ognuno per la sua strada, senza rancore. Impossibile? Fantapolitica? Chissà …! Il naturale avversario di quest’area, composita ma meno disomogenea delle coalizioni attuali, sarebbe il grosso corpaccione contenuto dentro Fratelli d’Italia e dietro Giorgia Meloni, che in tutti questi anni non è riuscita a scrollarsi di dosso il passato di Colle Oppio, le frequentazioni ambigue, le relazioni internazionali imbarazzanti con tutta la destra-destra europea. La Lega di Salvini appare sballottata e senza bussola e, a meno di cambiamenti radicali, sarà destinata ad una posizione marginale, comunque non determinante. Un bel match da giocare, che l’area riformista “draghiana” può vincere, a condizione di ragionare con la testa e non con le bandierine identitarie. Se non vogliamo perderci in un mefitico inferno bi-populista, questa può essere la strada, per quanto difficile ed improbabile possa apparire. Ci vuole ovviamente gente decisa che voglia seguirla e che si convinca che ogni altra alternativa sarebbe peggiore, e di molto. L’Europa si aspetta un contributo creativo e determinante dall’Italia, Paese fondatore: gli equilibrismi e le ambiguità di Meloni non sono certo il massimo desiderabile. Di nuovo, è Mario Draghi che ha indicato la strada. A noi spetta seguirla fino in fondo, senza tentennamenti. En marche!
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