Se Giorgia Meloni fosse una donna avveduta (e non è per nulla detto che non lo sia), avrebbe già dovuto capire che il suo bagaglio culturale, i suoi riferimenti storici, le sue pregresse esperienze politiche, varie e prolungate, seppur sempre in ruoli minori o ancillari, e soprattutto la gente di cui si circonda, non sono affatto sufficienti a governare un Paese fondatore della UE, un Paese tra i primi dieci al mondo per produzione e commercio, un Paese che, per quanto pieno di problemi e inefficienze, ha (ancora) un peso considerevole nel quadro politico internazionale. Soprattutto se quel Paese si inquadra nel gruppo di Stati che ambisce a guidare l’Unione Europea, ammesso che quest’ultima prenda coscienza del suo ruolo e cominci a farlo pesare. Quello nel gruppo di testa della UE è un posto che ci ha dato la Storia, che nessuno può cancellare, salvo volerlo auto-cancellare, decidendo di relegarsi in un cantuccio culturale e politico. Meloni dovrebbe avere ormai capito che un conto è sbraitare nelle piazze e nei talkshow contro tutto e contro tutti (l’Europa, l’euro, la Nato, le tasse, l’immigrazione, la Fornero, il maltempo e la mala sorte), un conto è governare facendo cose, dando indirizzi, prendendo decisioni, lasciando un segno. L’orizzonte meloniano è stato finora oggettivamente molto ristretto, di chi tira a campare, di chi tende a tenere insieme opposti impossibili da conciliare, come l’adesione ai processi democratici che guidano l’Europa e le pulsioni autoritarie insite nella cultura della sua storica parte politica, e oggi evidentissime in autocrati o aspiranti tali come Putin, Trump, e i loro epigoni, dai quali lei si è sempre sentita fortemente attratta, senza fare nulla per nasconderlo, anzi. La rete è piena di sue esplicite dichiarazioni in tal senso nel corso degli ultimi vent’anni almeno. Anche se oggi sono sottaciute da una stampa compassionevole, ci sono e chi vuole le ricorda bene … Solo che adesso con quei “signori”, Trump in testa, lei deve interloquire, forse deve anche trattare, discutere, se non proprio da pari a pari, almeno da Capo del Governo di un Paese che deve trovare, possibilmente insieme agli altri partner europei, il modo per proteggere i suoi interessi. Ci sono problemi maledettamente concreti e seri sul tappeto. Problemi che riguardano miliardi di persone e pure di dollari, o euro. L’illusione di governare il commercio internazionale con i dazi, ad esempio, è talmente primitiva, talmente rozza e ingenua, talmente fuori dal tempo, che torna alla memoria la scena di Troisi e Benigni e del fiorino da pagare ad ogni transito davanti al gabelliere (Non ci resta che piangere, 1984). Quella faceva sbellicare dal ridere, questa sta sconvolgendo il mondo. È la politica della clava, sprovvista di alcuna motivazione logica che non sia quella dell’affermazione della forza bruta. Dietro le “reaganomics” degli anni Ottanta c’era il premio Nobel Milton Friedman e la Scuola di Chicago, c’erano teorie molto discutibili, ma consistenti. Dietro Trump c’è un oscuro professore un bel po’ mitomane, che si sdoppia col suo anagramma (Navarro = Ron Vara), nonché lo smisurato ego di uno che è convinto di avere la forza per spaccare il mondo da solo. Non lo spaccherà, ma danni ne farà a iosa, se il mondo libero non si attrezza per rispondergli e tenergli testa. Ecco, secondo voi Giorgia Meloni (con la sua squadra di improbabili amichetti) ha gli strumenti per inserirsi in questo processo come elemento determinante, può ragionevolmente fornire un contributo utile al suo Paese e alla comunità in cui il Paese vive, che sarebbe l’Unione Europa? Il suo viaggio a Washington, atteso come l’Avvento, può essere qualcosa di diverso da una routine consueta e ininfluente? Giuro, io vorrei tanto che avesse successo, per il bene di tutti noi, ma temo che non sarà così. Temo invece che la sua massima aspirazione sia quella di uscire dall’incontro con Trump con una storia da raccontare, ai suoi elettori ed alla stampa sua amica. Ad infiocchettare la narrazione penserà lei, che in questo è oggettivamente brava. Finché dura … Poi tornerà a casa e dovrà, spero, ricominciare a chiedersi se ce la può fare, se davvero può riuscire a giocare un ruolo positivo e peculiare nella grande partita in corso. Servirebbe un sincero bagno di umiltà per riconoscere di non essere autosufficiente e di avere bisogno del contributo delle migliori teste della Nazione per affrontare la situazione. Meloni, se fosse una leader con visione e spirito da statista, dovrebbe chiamare a raccolta tutto il meglio della politica, degli intellettuali, degli accademici, degli imprenditori, delle parti sociali, per cercare di imprimere al Paese quella spinta al superamento delle tare ataviche e delle zavorre che gli impediscono di volare: giustizia, istruzione, sanità, mondo del lavoro, relazioni sociali. Da queste crisi bisognerebbe cercare di uscire con uno scatto in avanti, anziché rincantucciarsi, sperando che la bufera passi lasciando pochi danni. È stato fatto in altri momenti, forse nemmeno così tragici. Si dice sempre che gli italiani danno il meglio di sé in condizioni di stress e di emergenza. Forse è un mito, ma perché non provare? Perché insistere nel volersi a tutti i costi rappresentare in una posizione di rilevanza internazionale che non esiste e che non può esistere, perché rilevanti sono solo i grandi blocchi. L’Europa dovrà lottare, tutta insieme, per essere uno fra questi. Altrimenti verrà stritolata tra un autocrate formalmente alleato ma in realtà avversario, che pensa e dice che l’UE è stata creata per fottere gli USA, ed un altro autocrate con velleità imperiali ormai evidenti e conclamate. È una lotta per la sopravvivenza di tutti, ed a tutti bisognerebbe chiedere impegno ed idee, senza troppo orgoglio o presunzione. Non lo farà, Meloni, non ci riuscirà: troppo forte è in lei la volontà di rivalsa per tutti i decenni passati fuori dal gioco, come se questa emarginazione non fosse stata ricercata ed anche glorificata da chi credeva di essere migliore degli altri e soprattutto portatore di una cultura alternativa. Ora Meloni potrà vedere nel volto di Trump, come in uno specchio, dove porta la volontà distruttrice di chi si crede investito da chissà quale missione salvifica per l’umanità. In realtà è un gioco al massacro la cui conclusione è ignota anche a chi lo sta conducendo. Trump dà sfogo alla sua volontà di potenza, come l’altro autocrate al Cremlino, entrambi convinti che il mondo sia di chi se lo piglia. La Cina aspetta con sornionità millenaria … È un salto all’indietro di secoli, che vorrebbe cancellare tutta un’era moderna, nella quale le società più avanzate hanno sperimentato la pace e la collaborazione tra i popoli. I risultati, come vediamo, sono stati scarsi, ma io non dubito della bontà degli intenti e dei principi. Abbiamo davanti un mutamento del quadro complessivo, innescato da enormi rivoluzioni tecnologiche, che richiederà tutta la nostra attenzione e creatività. Questi nuovi barbari pensano di potersene appropriare “manu militari” (e l’espressione non è solo figurata), schiacciando libertà e diritti di intere popolazioni. Bisogna resistere e rilanciarsi, in una lotta che sarà lunga e difficile. Temo che invece dovremo accontentarci della storiella, qualunque essa sia, che la Presidente ci racconterà dall’esterno dello Studio Ovale e dopo tornare al più classico “io, speriamo che ma la cavo”.
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