L’agghiacciante episodio del tredicenne che accoltella in una scuola media la prof di francese ha giustamente provocato un’ondata di sdegno, di raccapriccio, un fiume di commenti; il tutto per qualche giorno. Passati i quali, siamo tornati a preoccuparci per la guerra nel Golfo, per il Medio Oriente, per le bollette, per la situazione politica, sempre più ingarbugliata e senza sbocchi chiari per tutti gli schieramenti. Così va il nostro mondo: succede qualcosa di terribile, si alza l’attenzione dell’opinione pubblica che “si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità”. Nel frattempo, il mondo ci è ormai da tempo cambiato sotto i piedi e noi continuiamo a fare finta di nulla. Business as usual … L’hanno detto in tanti che lo smartphone, con il corredo di infinite possibilità che si porta dentro, è stato ed è una rivoluzione. Vero, ma quanto grande? Quanto importante? Quanto impattante sulle nostre vite? Si fa presto a rispondere in modo generico, seppur contrito e preoccupato, ma cosa possiamo fare in concreto? Cosa vogliamo fare per riprendere il controllo della situazione? Ci interessa davvero riprenderlo, il controllo, o ci lasciamo trasportare dal flusso, dal mainstream, come dicono quelli fighi, quasi che il tema fosse troppo grande per essere sottoposto a critica, a riforma, per ricondurlo infine al controllo democratico? Continuiamo a considerare la rete, i social, e tutto il mondo connesso, come un frutto del fato, ineludibile, impenetrabile, incorreggibile. Temiamo di perderne gli indubbi vantaggi che ci offre, non ultimo quello di solleticare la nostra vanità e la nostra voglia di sentirci vivi e presenti, e quindi ci rifiutiamo di analizzare e correggere anche le più che evidenti e pericolose storture, subendole senza reagire. Non si fa altro che dire che l’uso “smodato” della rete provoca dipendenza, crea scompensi psicologici, distorce le relazioni sociali, condiziona lo sviluppo dei bambini, ragazzi, giovani, e pure adulti. Ma, oltre alle chiacchiere, nessuno (quasi nessuno …) si preoccupa di fare la cosa più logica e naturale per ogni fenomeno nuovo che si presenta, sia esso l’industria manifatturiera, le automobili, il trasporto pubblico, le telecomunicazioni, la biologia, la chirurgia, l’informazione, …: creare un pacchetto di regole, condivise, ragionevoli, che permettano a tutti di trarre il massimo beneficio, riducendo al minimo i rischi sociali. L’invenzione dei semafori, e poi delle rotonde, non è stata una violenza del potere sui diritti, ma solo la logica regolazione del traffico. Così come la gestione delle frequenze radio, gli orari ferroviari e degli aerei, la gestione del diritto d’autore, della libertà di stampa, le norme sui trapianti, sulla genetica, e così via, per le millanta regole che governano la nostra società. Non si capisce perché (o meglio, si capisce fin troppo bene …) qualsiasi regolamentazione del mondo legato alla rete debba essere vista e vissuta come un oltraggio alla libertà personale, ai diritti umani, anche adesso che l’utopia degli hippies californiani fricchettoni della prima ora è sfociata nel più gigantesco grumo di potere che l’umanità abbia mai conosciuto. C’è qualcuno che non l’ha ancora capito? Non credo. E allora perché questa viscosità, questa pigrizia nel parlarne e nel prendere provvedimenti? I padroni del vapore sono così potenti da averci tolto qualsiasi sensibilità, qualsiasi briciola di razionalità, di logica? Hanno comprato definitivamente i nostri cervelli? Pare proprio di sì. Facciamo finta di non capire quanto profondo sia stato il cambiamento provocato dalla rivoluzione nei costumi, nei modelli di comportamento, nella cultura di massa, indotto dallo sviluppo della rete, dagli smartphone, dai social. Non c’è una sola forza politica che metta a grandi lettere nel suo programma questo argomento, proponendo alcune basilari regole da adottare, almeno a livello dell’Unione Europea. Certo, ci sono iniziative sporadiche (limitazioni ai minori, uso nelle scuole), ma sono episodiche e scoordinate. Ora si sveglia qualche giurì a condannare gli algoritmi che minano l’attenzione e lo sviluppo soprattutto dei più giovani, ma la questione meriterebbe un’attenzione di gran lunga maggiore. Finalmente, il New York Times titola: “Is social media the new tobacco?” (1/4/26). Quanto tempo ci è voluto perché il mondo, almeno quello più civilizzato, capisse i danni giganteschi provocati dal tabacco e abilmente minimizzati per decenni dalle multinazionali che intanto facevano soldi a palate? Sembrava un tabù. Non lo era. E adesso, quanti decenni ci vorranno ancora per mettere mano con efficacia ad una delle più profonde rivoluzioni che abbia investito l’organizzazione sociale negli ultimi secoli? Non capiamo che lo strumento ha una potenza ed una invasività smisurate, che non vanno né demonizzate né tantomeno subite passivamente, ma solo regolamentate? In realtà, negli ultimi trent’anni la nostra vita e le nostre relazioni sociali sono state stravolte da uno strumento che pareva un giochino e che è diventato la spina dorsale delle nostre società. Tanti vantaggi, tanta comodità in più (chi lo nega? e nessuno ci rinuncerà mai …), ma pagati a carissimo prezzo, senza che nessuno riuscisse a fare la cosa più semplice e naturale. Mettere regole semplici, chiare, cogenti, a vantaggio della società tutta. Vedete, mettere sotto controllo gli scarichi industriali non è stato facile, e tuttora ci sono larghe aree di inadempienza, ma cinquant’anni fa non c’erano nemmeno limiti, né norme chiare. Eliminare il fumo dai locali pubblici pareva uno sforzo sovrumano e una violenza intollerabile, ora chi si azzarderebbe ad accendersi una sigaretta al ristorante? E le cinture di sicurezza, il casco in moto, il telefono acceso in teatro? Si può cambiare, anche se sembra impossibile ed io credo che sia ora che il mondo affronti di petto questo argomento e lo riconduca sotto controllo. Non significa necessariamente vietare, imbrigliare, né tantomeno sabotare. Significa semafori, rotonde, patenti, divieti e permessi. Norme di contesto e di comportamento. Ovvio che i padroni del vapore alzino le barricate, Meta è come la Philip Morris, ma gli utenti, i cittadini utenti, sono interessati alla salvaguardia delle relazioni sociali, dell’educazione dei loro figli, dei rapporti umani in genere? Ci sono alcuni criteri a mio parere ineludibili per affrontare il problema, anche se credo che un panel di esperti in tempi ragionevoli potrebbe elaborare un elenco molto più ragionato e strutturato. Ma, giusto per fare qualche esempio: - eliminazione di qualsiasi forma di anonimato dalla rete: tutto deve essere trasparente, tracciabile, visibile per tutti.
- oscuramento dei siti e degli account non riconducibili a realtà tangibili e registrate
- limiti di età per l’iscrizione alle piattaforme social (azione già in corso, anche se sporadicamente)
- formazione all’uso della rete obbligatoria nelle scuole, fin dai primi anni di alfabetizzazione
- programmi divulgativi ed incentivi all’uso della rete a scopi didattici
- difesa dei diritti d’autore per chi produce contenuti
- libertà di recesso definitivo da qualsiasi piattaforma
- divieto di conservare le cronologie della navigazione all’insaputa degli utenti
- …
Potrei proseguire, ma ovviamente non sono in grado di andare nel dettaglio dei provvedimenti. Il mondo però è pieno di esperti che potrebbero farlo, atteso che ci sia qualche entità politica che glielo chieda e che poi si impegni ad agire. Non sarà facile, le resistenze saranno altissime, ma la posta in gioco è colossale: parliamo della salvaguardia dei rapporti sociali, dei gangli vitali delle nostre società. Lasciamo tutto nelle mani dei proprietari del giocattolo o ci impegniamo a mettere limiti, regole, modelli, come per qualsiasi altra cosa che coinvolga i rapporti sociali? Sono arcisicuro che questo argomento abbia una valenza politica paragonabile al mantenimento della pace o alla difesa dei valori della democrazia, così pesantemente minacciati. Lo capiamo o continuiamo a far finta di nulla? Spetta alla base, ai cittadini, smuovere le acque. I vertici nicchiano: nessuno è contento di cercare rogne su un tema così difficile. Noi intanto continuiamo a sguazzare felici un una fogna, che resta fogna anche se è piena d’oro. Peccato che a noi resta solo la fogna, non l’oro. Buona Pasqua a tutti.
|