Non sono (e non sono mai stato) un fan di Massimo D’Alema. Il personaggio è controverso, ma non è questa la sede per addentrarsi nell’analisi della sua vita politica. Qui mi preme ricordare e sottolineare un momento positivo (forse l’unico!) della sua storia politica. Correva l’anno 1995 e il centro sinistra era composto principalmente dal PDS (Partito Democratico della Sinistra), nato dalla svolta di Occhetto, che aveva chiuso (molto tardivamente!) l’esperienza pluridecennale del PCI (Partito Comunista Italiano) cancellando la parola “comunista” dal simbolo e lasciando la falce ed il martello in secondo piano, tra le radici della Quercia (allora andava molto la botanica nella tassonomia dei partiti politici) e dal Partito Popolare Italiano, derivazione della sinistra democristiana. A febbraio Romano Prodi, con il supporto prezioso di Arturo Parisi, aveva fondato “L’Ulivo”, con l’obbiettivo di federare il centrosinistra nella battaglia a Silvio Berlusconi. Al governo, da gennaio, c’era Lamberto Dini, tecnico nominato da Scalfaro dopo la caduta del primo governo del Cavaliere. Un governo tecnico, appoggiato da una coalizione estemporanea di centrosinistra e Lega (Bossi aveva appena litigato con Berlusconi …). Si profilavano elezioni anticipate per l’inizio del 1996 e il centrosinistra doveva trovare il modo per approfittare del (momentaneo) scivolone di Berlusconi e batterlo, come NON era riuscito a fare nel 1994 per la divisione tra PDS e PPI. Serviva una mossa determinante, un gesto politico che segnasse una nuova stagione. Il PDS sapeva di non potere farcela da solo e di non potere nemmeno egemonizzare la coalizione, indicando un suo esponente come leader. A questo punto, D’Alema capì che il massimo ruolo che poteva giocare era quello del cosiddetto kingmaker, quello che designa il re, generosamente, e poi si tira indietro. Soffocando le sue smisurate ambizioni personali (è una mia maliziosa cattiveria, lo confesso …!) capì che Romano Prodi era la risorsa giusta, per competenza, per curriculum, per relazioni internazionali, per cultura e disposizione personali. L’11 marzo del 1995, nel corso di un convegno a Roma, si alzò, si avvicinò platealmente a Prodi e pronunciò le fatidiche parole: «Professore, le conferiamo la forza del nostro partito». Il resto ce lo ricordiamo bene: un anno dopo l’Ulivo vinse le elezioni e Prodi formò un governo, nel quale Ciampi era Ministro dell'Economia, ed insieme ci portarono di nuovo in Europa, e poi nell’Euro, in una delle poche stagioni felici del riformismo in Italia. “La storia ci racconta come finì la corsa, la macchina deviata lungo una linea morta…”. Due anni dopo D’Alema andò a riscuotere la cambiale della sua generosità e, aiutato da Fausto Bertinotti e Francesco Cossiga con i suoi “straccioni di Valmy” (la politica era anche fantasia, allora …), divenne Presidente del Consiglio, almeno fino al 2000, quando dovette cedere il posto a Giuliano Amato, fino alle disastrose elezioni del 2001 (“Berlusconi triumphans”). Oggi la situazione non è diversissima da quella del 1995: bisogna vincere e si può vincere, battendo una destra che si è dimostrata capace di tutto e buona a nulla. Il panorama è frantumato in tante formazioni, c’è un consistente residuo dei 5 stelle che presidia l’elettorato populista, i massimalisti storici sono rappresentati da AVS e Verdi, il PD è un pentolone dove ribollono anime diverse e forse irriducibili, l’area riformista è come al solito spezzettata in mille rivoli, ognuno dei quali convinto di essere il centro del mondo. Leader naturali non ce ne sono. Scegliere tra Conte e Schlein non è proprio il massimo: entrambi non convincono tutti ed entrambi non sembrano dotati delle caratteristiche di leadership fondamentali in questo frangente. Mancano di autorevolezza, di esperienza, di standing e di accountability (come dicono quelli che sanno le cose). Ci si avvia ad un’ennesima lotta fratricida che potrebbe portare ad una sconfitta oppure ad una vittoria-non vittoria, come quella di Bersani nel 2013. Scenario non gradevole … e allora? Allora serve di nuovo un gesto forte, che cambi lo scenario e ribalti le più fosche previsioni. La soluzione c’è, è chiara ed è alla portata di una gita in Umbria, che i leader del futuro centrosinistra dovrebbero organizzare al più presto, affittando un autobus (una macchina non basta…), che li porti a Città della Pieve, dove abita l’italiano che al mondo gode in assoluto di maggior credito: il suo nome non è Bond, James Bond, ma più semplicemente Mario Draghi. «Professore, le conferiamo la forza dei nostri partiti». Draghi non direbbe di no: ha un indefettibile senso dello Stato. Mattarella, sotto sotto, con estrema discrezione, potrebbe spingerlo ad accettare. Inutile girarci attorno: non c’è leader migliore e più adatto di lui in questo frangente. Un confronto tra Giorgia Meloni e Mario Draghi sarebbe dato 100 a 1 da ogni allibratore al mondo, come una sfida tra il PSG ed il Frosinone. Draghi avrebbe tutte le caratteristiche necessarie per concordare un programma di emergenza (perché siamo in emergenza, anche se nessuno lo vuol dire …!) da attuare nei primi due/tre anni di governo, compresa l’elezione del Presidente della Repubblica nel 2029. Opporsi a Draghi sarebbe molto arduo per chiunque, anche per Conte, che forse più di tutti lo patisce, ma che dovrebbe capire come anche il suo destino politico sia legato ai risultati ottenuti nei primi anni di governo. Draghi avrà 80 anni l’anno prossimo, non ha ambizioni ingombranti, ha già ottenuto tutto, non costituisce una minaccia per nessuna carriera incipiente. È conosciuto in tutto il mondo e tutto il mondo lo stima. È semplicemente il migliore italiano disponibile e tenerlo “in tribuna” è un atto criminale ed autolesionista. Nel suo governo ci sarebbe posto per tutti gli altri leader, che godrebbero di una copertura formidabile anche in campo internazionale. Qualcuno ha paura della forza riformatrice che Draghi potrebbe sprigionare? Se è così, vuol dire che in realtà costui è solo un parolaio impaurito dal cambiamento e quindi pronto a fare del male al Paese. Resti fuori, se lo teme, e ne risponderà agli elettori. Draghi è metodo, è razionalità, è ordine e competenza. Cosa vogliamo di più? Cari amici, la soluzione ai nostri problemi c’è, è pronta ed è piuttosto semplice. Preferiamo, per orgoglio o forse per piccineria, complicarci ulteriormente la vita e complicarla ai nostri concittadini? Coraggio, da Roma all'Umbria ci sono solo 150 chilometri, meno di due ore di autobus, ma un grande passo verso il futuro dell'Italia!
|