Sembra che l’uscita di Marianna Madia dal PD per approdare nella costruenda Casa Riformista abbia innescato una serie di reazioni che è interessante esaminare. Intanto, la solita canea di esagitati da tastiera, che ha approfittato per vomitare tutto il suo fiele e la sua abissale ignoranza politica su una persona, rea solo di seguire legittimamente il suo istinto politico. Questa ormai solita barbarie, alla quale ci abituiamo colpevolmente sempre di più, rifiutandoci di affrontare di petto il problema dell’uso della rete, in primis il problema dell’anonimato, dimostra quanto anche a sinistra pesi il tifo triviale da curva nei confronti del discorso politico articolato ed argomentato. Esultare, con annessi insulti, per l’uscita di un esponente politicamente sgradito dal proprio partito (Madia o chiunque altro …) è davvero sintomo di un’ignoranza, di una cafoneria, di una belluina primitività che si sperava non albergassero anche nel popolo di sinistra, che dei diritti e della dignità umana dovrebbe essere sempre paladino. Ma tant’è: questo è lo stato delle cose e questo è il materiale umano (si fa per dire …) con cui dobbiamo misurarci. Successe ugualmente quando ad uscire dal PD fu Renzi, oppure anche quando ad andare via furono Bersani, Speranza ed altri. Chi non tollera il dissenso è fascista nell’anima, a qualsiasi parte politica dichiari di appartenere. Il dissenso può anche dare fastidio, ma vivaddio è il sale della democrazia. E non è vuota retorica, è sostanza. D’altra parte, ci sono anche state delle riflessioni più pregnanti e razionali sulla funzione dei cosiddetti riformisti nell’area del centrosinistra. Dirsi riformista è facile: chiunque lo può fare, non c’è copyright sulla parola. Tant’è che il termine è tra i più inflazionati del dizionario politico: a tutti piace definirsi riformista, indipendentemente dal contenuto dato alla definizione. Fatto sta che, nella pratica e nella storia, un riformista è uno che ha un approccio pragmatico, non ideologico, tendente all’individuazione di soluzioni volte a migliorare lo stato delle cose. Infatti una volta, nel vecchio PCI, si chiamavano appunto miglioristi (Gianni Cervetti, uno degli ultimi, è mancato da pochissimo). Il riformista non si accontenta di declamare principi, ma lavora per cambiare, anche gradualmente, le condizioni date per farle evolvere verso una situazione di maggiore libertà, uguaglianza e giustizia sociale. Cerca e attua anche compromessi, convinto che tra il bianco ed il nero esistano infinite sfumature e che un grigio è sempre meglio del nero. Soprattutto un riformista cerca di impegnarsi direttamente nella gestione dell’esistente, sapendo che lasciare fare agli altri, limitandosi ad opporsi, manifestando indignazione e protesta, “lottando” (come a certuni piace tanto dire …), scalda il cuore (forse!) ma non serve a progredire. Il Partito Democratico, fin dalla sua nascita, è stato squassato dalla contraddizione tra chi lo aveva fondato per rappresentare questo approccio in modo maggioritario (la famosa vocazione maggioritaria di Veltroni) e chi, nostalgico dell’approccio novecentesco dello scontro duro e puro con l’establishment, scontro dal quale si era fino ad allora usciti sconfitti, e pure pesantemente, pensava di avere inventato una forma più moderna ed accattivante per proseguire quella specie di lotta di classe che il tempo intanto si era premurato di mandare per sempre in soffitta. Siamo ancora lì, dopo quasi vent’anni dalla fondazione del Partito. Viene il motivato sospetto che la scommessa sia stata definitivamente perduta e che nessuno abbia ancora il coraggio di dichiararlo apertamente. Fare finta di niente, dissimulare, è parte di una certa vecchia cultura togliattiana, che preferiva sottacere piuttosto che affrontare apertamente le contraddizioni. Ora però ci troviamo ad uno snodo molto importante: l’anno prossimo, se non prima, si vota e nessuno può né vuole assumersi la responsabilità di far rivincere una classe dirigente di destra, che ha in mille modi dimostrato la sua totale inadeguatezza alla complessità del quadro politico nazionale ed internazionale. Bisogna vincere e poi governare, e questo a molti provoca convulsioni e mal di pancia terribili, derivanti dall’idea del peso delle responsabilità che bisognerà assumersi. Roba da non dormirci la notte. Servono come l’aria adulti (di testa, non di età) equilibrati, dai nervi saldi e di provata competenza, che dal giorno dopo le elezioni diano l’avvio ad una stagione di riforme formidabile, che permetta di uscire con celerità dal sonnacchioso stato di falso equilibrio e stabilità a cui Meloni ed i suoi hanno sacrificato lo sviluppo del Paese. Serviranno tutte le opposizioni, ma il peso maggiore deve ricadere sugli adulti, su chi ha già dato prova di saper affrontare e superare prove difficili. C’è da ricostruire un’immagine di Paese, un rapporto sostanziale con l’Unione Europea di cui siamo fondatori, un clima di fiducia per imprenditori, investitori, dirigenti, cittadini tutti, che rilanci sia l’economia che la coesione sociale. Questo è il compito, da far “tremar le vene e i polsi”. Viene quindi da chiedersi se a questo compito non valga la pena accingersi avendo sciolto una volta per tutte le contraddizioni: ognuno con la sua cultura, abito mentale, approccio metodologico. Movimentisti con movimentisti, massimalisti con massimalisti, riformisti con riformisti. Stabilire un comune terreno programmatico, molto semplice e basilare, e poi misurarsi in coalizione con il voto popolare. Sarebbero più chiari i rispettivi linguaggi, i target elettorali, i toni della campagna: ognuno il suo, il più consono all’impostazione di base. La prevalenza elettorale di una delle anime dovrebbe ovviamente portare anche alla prevalenza delle relative posizioni politiche e programmatiche, senza umiliazioni per nessuno, ma cercando di rispondere in modo efficace alle domande dell’elettorato. Mostrare una finta unanimità d’intenti non è attraente né convincente; meglio presentare una completa articolazione delle posizioni e poi mediarle nell’attività di governo. Roba da adulti … Servirebbe per questo una maturità formidabile, un’onestà intellettuale forse mai vista, ma il livello dello scontro con la destra richiede di mostrarsi per quello che si è davvero, senza infingimenti. L’elettore non può perdersi nei meandri delle logiche contorte all’interno delle formazioni politiche. L’area riformista propriamente detta, una volta riunita e resa riconoscibile, a mio parere sarebbe maggioritaria nella coalizione e dovrebbe quindi assumersi la responsabilità di rappresentarla tutta intera, con le dovute mediazioni e senza emarginare alcuno. Come tutti sanno, si vince al centro, in competizione con gli avversari su un terreno contendibile. Non si vince sparandola più grossa, ben sapendo che poi alla prova dei fatti le razionalità deve prevalere sull’animosità. Meloni ha efficacemente sbraitato per anni dall’opposizione, promettendo mari e monti, e adesso deve pietire uno sconto sul deficit dello 0,1% dall’Europa, dopo quattro anni di duro scontro con la realtà, senza una riforma che sia una, anni passati esclusivamente ad occupare ogni posto di potere possibile. Il tempo per questo riassetto del centrosinistra non è molto, ma a mio parere è sufficiente, se si prende coscienza che la cosa più importante è vincere per poi riuscire a governare. Chi ha più filo deve tessere la tela …
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