Noi cittadini ammalati di politica, pur senza praticarla professionalmente, rischiamo di assomigliare ai tifosi da Bar Sport: tutti pronti a fare gli allenatori o i commissari tecnici a parole, anche senza aver mai dato un calcio a un pallone. Ci piace almanaccare, immaginare strategie, favoleggiare di leader, di formazioni e di governi, insomma tutta quella “sindrome del dilettante impegnato”, che è così diffusa nelle nostre società democratiche (nelle altre, a farlo si rischia la galera, se non addirittura la pelle …!). Ciò detto, dovremmo forse stare zitti e non interloquire? Dovremmo aspettare pazienti che lorsignori si decidano ad offrirci delle alternative da votare, quindi votarle, e non rompere per altri cinque anni, mentre gli effetti del nostro voto si dispiegano, cambiando, peggiorando (o semmai migliorando) le nostre vite? Chi ha inventato la democrazia ha previsto un sistema nel quale i cittadini partecipano, hanno voce in capitolo, di tanto in tanto decidono, ma comunque indirizzano, giudicano, insomma sono parte viva della politica. Ovvio che milioni e milioni di elettori hanno bisogno di intermediari (altrimenti, “tot capita, tot sententiae”), ovvero organizzazioni (i “partiti”), che aggregano idee diverse, le razionalizzano, le sintetizzano, le trasformano in proposte politiche da sottoporre alla totalità dell’elettorato, perché ognuno scelga quella più consona alle proprie aspirazioni. Queste organizzazioni dovrebbero inoltre selezionare le risorse umane più dotate di capacità di sintesi, mediazione, comunicazione, esecuzione, insomma quella che comunemente chiamiamo “leadership”. In un mondo ideale questa sarebbe la procedura corretta per gestire il governo di una società. E più complessa è la società, più capacità, più volontà di sintesi, più determinazione sono necessarie per perseguire il bene comune, non disgiunte da onestà intellettuale, saldezza di principi e di comportamenti. Venendo al nostro povero presente, non è difficile constatare quanto distanti siamo da un processo democratico così virtuoso. Partiti divisi e belligeranti al loro interno, vaghezza delle proposte, selezione della classe dirigente spesso affidata alla cooptazione di amici ed amici degli amici, infine pochissima chiarezza su intenzioni e programmi tra cui scegliere. E tanta propaganda … Da qui, è facile derivare verso deleghe in bianco, affidamenti fideistici verso persone o gruppi che si presentano come “salvatori della patria”, depositari di ricette infallibili che però, immancabilmente, il più delle volte falliscono al primo timido confronto con la realtà delle cose. Il mondo sembra impazzito, troppo complicato, per cui non resta che ripiegare su sé stessi, curare il proprio orticello e guardare il tempo che passa, sperando di sfangarla … La crisi delle democrazie occidentali (le autocrazie hanno risolto il problema in altro modo …) è tutta qui, nell’incapacità di organizzare gli interessi di milioni di persone e convogliarli verso una proposta che, applicata, dia frutti misurabili e valutabili in tempi non biblici. Di mezzo ci sono le leggi elettorali che trasformano l’opinione degli elettori in rappresentanti nelle assemblee elettive, e quindi in governi. È un’operazione molto delicata, tanto delicata che al mondo non esistono due sistemi elettorali uguali. Ognuno ha inventato meccanismi più o meno complicati: sistemi proporzionali, maggioritari, soglie di accesso, premi di maggioranza, diritti di tribuna, doppi turni, ballottaggi, preferenze, liste bloccate, “gerrymandering” (negli USA va alla grande!), un elenco infinito di strumenti che dovrebbero trasformare la volontà degli elettori in organi istituzionali. Ma se, dopo oltre duecento anni di pratica, non si è ancora riusciti a convergere su un sistema solo, o due al massimo, vuol dire che non esiste l’ottimo e che le infinite approssimazioni adottate sono ognuna funzionale ad altri obbiettivi: stabilità, rappresentatività, funzionalità, rapidità delle decisioni, controllo delle minoranze, mantenimento del potere, … Tutti i Paesi democratici stanno soffrendo di queste incertezze, amplificate a dismisura dalla diffusione delle informazioni, della propaganda, dai social con chi li controlla, dalle oggettive difficoltà che la trasformazione del mondo mette davanti a chi si occupa di politica. Nulla è più dato per scontato, neanche i principi base, tant’è che tutte le democrazie sono sotto attacco da parte di forze politiche che propongono apertamente regimi autoritari, le cosiddette democrature, che promettono semplificazione e stabilità, ma in realtà offrono solo restringimento dei diritti, controllo delle minoranze, repressione del dissenso. A mio parere, è del tutto illusorio affidare ad un sistema elettorale, quale che sia, il compito di semplificare e razionalizzare il quadro politico. Serve ben altro: serve la capacità di elaborare e comunicare progetti di società comprensibili, equi, rispettosi delle diversità. Serve coinvolgere i cittadini nelle scelte e far loro capire che non ci sono ricette magiche, né nemici da abbattere, né crociate da lanciare contro immigrati, diversi ed infedeli. Serve razionalità, serve generosità, … ed anche un po’ di pazienza. Nel marasma che abbiamo davanti (nessuna parte politica ne è immune) serve allora un colpo d’ala, un’azione, un gesto, un’idea che suoni sincera, onesta, chiara, comprensibile, e che sia coinvolgente. Chi lo trova vince. Il problema è che non deve essere una presa in giro, perché gli elettori sono vendicativi con chi cerca di farli fessi. Nell’ultima mia newsletter ho provato a proporre il colpo d’ala che a mio avviso sarebbe risolutivo, almeno qui da noi, nel campo del centrosinistra. Una risorsa (Mario Draghi) di sicura affidabilità, sufficientemente indipendente, certamente competente, autorevole e giustamente molto conosciuta e apprezzata in tutto il mondo. Continuo a ritenere che la cura d’urto di cui il nostro Paese ha assoluto bisogno non può essere applicata da chi è totalmente parte in causa e richiede quindi un certo distacco, perché sia credibile agli occhi dei cittadini. Ci sono momenti nei quali bisogna affidarsi al “top di gamma”, confidando sul fatto che a lui è concesso il credito che ad altri non è concesso. Non sto parlando del “solito” governo dei tecnici (tipo quello di Mario Monti nel 2011). Parlo di un governo di politici, guidato da una risorsa indiscutibilmente al di sopra delle beghe quotidiane della politica politicante. Come si può non vedere che, allo stato dei fatti, un confronto, una lotta interna al centrosinistra, seppure in un’elezione primaria, tra due candidati così diversi come Schlein e Conte, sortirebbe l’effetto di spaccare l’alleanza, esacerbare le differenze, rendere più spigolosi i rapporti interni, il tutto a pochi mesi dalle elezioni? Quanti elettori sarebbero attratti da questa ordalia, e quanti invece se ne ritrarrebbero un po’ schifati? Con che coesione si arriverebbe ad una possibile vittoria, ammesso che ci si arrivi? Io credo che, così facendo, prepareremmo una sconfitta catastrofica che avrebbe conseguenze decennali, anche in una UE che sta rischiando grosso in Spagna, in Francia, in Germania, e anche nella vicina UK. La destra avrebbe la strada spianata verso esperimenti di democratura ai quali non avremmo nulla da opporre se non l’indignazione personale. Insomma, alle elezioni dell’anno prossimo, o di quando saranno, il centrosinistra non può e non deve perdere, pena la fine di ogni speranza riformista. Non si può accettare una competizione nella quale non si giochino TUTTE le carte migliori. Nel 2022 Letta ed i suoi andarono coscientemente al disastro: lo sapevano (lo sapevamo tutti!), potevano evitarlo e non l’hanno fatto. Hanno regalato l’Italia ad un partito col 26%, ad una coalizione incompetente e litigiosa, che comunque farà il record di durata. Si poteva e si doveva evitare. Oggi si può ancora evitare il tragico ripetersi della storia: bisogna solo guardare in faccia la realtà e accettare l’ovvio: si vince solo con i migliori. C’è spazio per tutti nella ricostruzione futura: chi si mettesse di traverso si assumerebbe una responsabilità tremenda. Ma quelli che pagherebbero di più saremmo noi cittadini, che cerchiamo di fornire idee ed indirizzi e che non dovremmo essere rimbalzati come importuni seccatori. Allora muoviamoci, facciamoci sentire: allons enfants!
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