La prima cosa che so è che allo sviluppo della scienza e della tecnologia non si può mettere alcun freno. Quando una cosa diventa possibile, qualcuno la farà, più prima che poi, in un modo o nell’altro. È sempre stato così. Quando negli anni Trenta del secolo scorso si scoprì che la materia conteneva un’impressionante quantità di energia, la bomba atomica era già cosa fatta; era solo questione di tempo. Così fu, e la guerra mondiale in corso negli anni Quaranta ovviamente accelerò il processo. Non ci fu alcuno sbaglio (semmai qualche opinabile decisione politica, ma c’era una guerra mostruosa che durava da sei anni …): la bomba era nelle cose e all’umanità non restava che imparare a gestirla, malgrado fosse chiaro a tutti che poteva causare la fine della sua millenaria civiltà. Finora questo non è successo; esiste sempre il rischio, ma è (al momento) sotto controllo, attraverso il meccanismo della deterrenza. La tecnologia nucleare ha gemmato l’applicazione civile, di cui ancora oggi si discute se abbia un senso o meno: la discussione è sull’opportunità economica, essenzialmente, mentre sono in sviluppo evoluzioni tecniche forse più facilmente gestibili. Forse, un giorno non troppo lontano, svilupperemo la tecnologia per l’energia atomica da fusione, pulita ed abbondante, con enorme sollievo di tutti, ma sarà comunque la versione addomesticata della bomba H. D’altronde, nessuno ha mai fermato lo sviluppo delle armi da fuoco, come nessuno ha fermato gli sviluppi della biologia, anche se erano (e sono) evidenti le sue possibili applicazioni belliche. La storia dell’umanità è piena di esempi, dal fuoco alla metallurgia, dalla chimica all’elettromagnetismo. Nessuno può fermare la Storia. Per l’AI il discorso non è diverso. Un’altra cosa certa è che noi non conosciamo ancora bene (e nessuno sa se mai lo conosceremo) il funzionamento del cervello umano: sappiamo che funziona su impulsi elettrici e chimici, che è materia, che nessuno ha mai dimostrato l’esistenza dell’anima (nessuno l’ha mai neppure definita …), sappiamo che devono esistere meccanismi, processi, parametri, regole, che creano il pensiero, la logica, la memoria, persino le sensazioni e i sentimenti, ma non li conosciamo, neppure a grandi linee. Conosciamo solo gli effetti. Ciononostante, abbiamo sviluppato tecniche, che chiamiamo AI, che simulano ragionamenti, fanno connessioni logiche, prendono decisioni, producono previsioni. Insomma, siamo riusciti a simulare gli effetti dell’intelligenza, anche se non sappiamo bene di cosa essa effettivamente sia fatta. Di conseguenza, è altrettanto improprio domandarsi dove andremo a finire: non lo sappiamo e basta. Come diceva un memorabile Quelo/Guzzanti: “La risposta è dentro di te. Epperò è sbagliata!” Abbiamo paura, come sempre, quando intuiamo di avere per le mani qualcosa che è difficile da governare e che potrebbe prenderci la mano: sentiamo la necessità di fare qualcosa, di intervenire … Ma come, visto che queste tecnologie non sono alla portata di tutti, che il loro livello di complessità è tale da richiedere formidabili investimenti in hardware e software, conoscenze molto approfondite e poco diffuse, che le rendono esclusive per chi le ha sviluppate e che continua a svilupparle? Ci sentiamo minacciati e ci mancano gli strumenti per difenderci. Ma dobbiamo davvero difenderci, o piuttosto dobbiamo imparare a gestire una formidabile opportunità che la Storia e l’ingegno umano ci mettono a disposizione? Non dovremmo applicarci tutti per entrare il più possibile nelle tecniche, nei parametri, nelle metodologie che stanno dentro questo prodotto? Si dice che l’AI elabori solo dati passati, dati storici, e che non contenga quindi il futuro: a me pare sia un punto di vista riduttivo. L’AI forse non può innescare un vero processo creativo, ma può associare informazioni in modo originale e quindi proporre combinazioni nuove. Si dice che l’AI non abbia coscienza, ma cosa è la coscienza in termini fisici? Qualcuno è in grado di descrivere come si genera nel nostro cervello una consapevolezza? È la memoria di avere già fatto associazioni e quindi la capacità di riprodurle? E non può farlo anche l’AI con i suoi mezzi? Chi ha più mezzi, l’essere umano o l’AI? Forse sono mezzi diversi … Tutte queste domande fanno girare la testa, ma forse dovremmo solo cercare di restare lucidi e non farci prendere dal panico. Il problema a mio avviso non è difendersi alzando barriere, mettendo paletti che sarebbero comunque aggirati in quattro e quattr’otto dalla tecnica. Il problema, anzi l’opportunità, è diffondere la conoscenza, ampliare il numero delle persone abilitate a sviluppare, a creare, non lasciare l’AI nelle mani di pochi che potrebbero decidere fregandosene del bene comune, massimizzando il proprio. Se il controllo fosse diffuso, sarebbe molto più facile evitare fughe in avanti o avventure pericolose. Come in tutte la storia del progresso dell’umanità, solo la diffusione della conoscenza può garantire che il prodotto del progresso non si rivolti contro chi lo ha creato. Non avremo mai garanzie assolute, ma tante persone potranno valutare, giudicare, indirizzare, presentare strade alternative, che producano effetti positivi per il maggior numero di persone. Non pretendiamo l’impossibile: pretendiamo che l’umanità nel suo complesso comprenda, apprenda, produca e controlli. A me fanno paura gli oligarchi dell’AI perché sono pochi e sono troppo forti per essere controllati; ma se in tanti sapessimo mettere le mani sugli algoritmi, gestire gli immensi data center, sperimentare ed implementare nuove applicazioni, probabilmente il beneficio sarebbe immenso per moltissimi e non solo per pochi. È compito degli Stati, della UE nel nostro caso. Di nuovo, è la democrazia che salverà il mondo: proteggiamola e non snobbiamola come fosse un polveroso residuato del Novecento. La democrazia servirà ancora a lungo, se sapremo difenderla e adoperarla con coscienza. L’AI è un prodotto umano, e come tutti i prodotti umani, per quanto sofisticati, non sfugge alle regole della logica umana. Qualunque esse siano. Keep calm and carry on …
|