L’uscita dal PD di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo, campionessa di preferenze, ripropone con forza la domanda su cosa sia diventato oggi quel Partito e che prospettive abbia, sotto la guida della Segretaria Elly Schlein. Tutti hanno notato come le uscite si susseguano ormai con una certa frequenza e riguardino tutte esponenti cosiddetti riformisti, gente che il PD l’ha fondato vent’anni fa con Walter Veltroni e l’ha accompagnato lungo una storia tormentata, fatta di poche soddisfazioni e di scazzi infiniti, che hanno spesso confuso e mischiato aspetti personali e motivazioni politiche. In che misura sono le persone che non si sopportano, o quanto esse fanno riferimento ad orizzonti politici diversi ed apparentemente inconciliabili? Difficile rispondere in modo univoco. Picierno, come le altre fuoriuscite (tutte donne …!), è stata molto chiara: il PD “oggi” non è più quello che nacque al Lingotto nel luglio 2007 con l’obbiettivo di essere una forza maggioritaria, votata a governare e riformare il Paese. “Oggi”, dice lei, ma in realtà è da molto più tempo, da quando la dirigenza “storica” dei vecchi partiti fondatori (DS e Margherita) si liberò di Veltroni con motivazioni del tutto surrettizie, e poi combatté Renzi, dopo averlo eletto con maggioranze bulgare per ben due volte alla Segreteria ed averlo con forza spinto a Palazzo Chigi (forse nella speranza di bruciarlo, ma poi il fuoco è durato tre anni, una stagione di riforme mai più ripetuta …). Il seguito è stato un calvario di scelte sbagliate e soprattutto senza alcun risultato concreto, da Nicola Zingaretti ad Enrico Letta, che va da incosciente solitario verso la disfatta nel 2022, regalando senza combattere una non scontata vittoria a Meloni e la sua banda. Schlein doveva essere il “nuovo che avanza”, quella che "nessuno aveva visto arrivare": si è rivelata una Segreteria a mio avviso immatura, superficiale, anche settaria, incapace di interpretare l’originale impostazione inclusiva del Partito, trasformandolo in una brutta copia di partiti della sinistra radicale, dedito a ripristinare un’idea stra-vecchia, stra-sorpassata, inconcludente, succube del peggiore sindacalismo parolaio di Landini e del populismo elegante di Giuseppe Conte. Ha riguadagnato qualche punto percentuale, ma da tempo non si schioda dal 22-23%, ora eroso anche da fuoriuscite che pesano. Un disastro! Non vorrei infierire, ma oggi il Partito Democratico sta usurpando un nome, un’idea, un brand originali, con i quali oramai non ha più nulla a che fare. Chi ha un po’ di sale in zucca lo ha capito e va via, probabilmente altri ancora lo faranno, lasciando Schlein a presidiare una vecchia sinistra di nostalgici tardo-berlingueriani, con Fratoianni e Bonelli, al seguito di un sempre più rampante Giuseppe Conte, che non vede l’ora di prendersi “tutto il cucuzzaro”: così appagherà il suo ego, ma non governerà l’Italia. È del tutto evidente, lo rilevano in tanti, che oggi lo spazio del PD si è ristretto ad un circuito di antagonisti, pseudo pacifisti, ambientalisti da operetta (sempre NO a tutto, a prescindere …!), acchiappanuvole senza alcuna inclinazione al governo di un Paese fondatore della UE. Copre un elettorato esistente, non c’è dubbio, ma minoritario, con pulsioni massimaliste e populiste. Gente che preferisce lamentarsi e “lottare”, piuttosto che cercare soluzioni fattibili e concrete per risolvere i problemi del Paese. Un Partito di pura testimonianza, protestatario, senza un progetto politico riconoscibile a livello nazionale. A complemento, c’è un numero impressionante di formazioni piccole o minuscole che pretendono di rappresentare il “vero” mondo riformista, formazioni, tutte molto presuntuose, che potrebbero a buon diritto concorrere al governo del Paese, ma che si annullano a vicenda in un sovrapporsi disordinato di sigle, movimenti, organizzazioni, forum, ognuno convinto di essere il vero ed unico baluardo del riformismo e restio a collaborare con altri, anche se tutti in pratica sostengono le stesse idee e propongono le stesse ricette. Un bel casino! La destra si stropiccia gli occhi davanti a tanta incapacità politica e comincia a sperare di sfangarla dopo 4/5 anni di non Governo, nei quali ha fatto solo propaganda, chiacchiere e tante promesse non mantenute. In queste condizioni, i pronostici per le prossime elezioni, qualunque sia la legge elettorale, sono nefasti. Comunque vada sarà un disastro! Siamo a giugno 2026, presumibilmente mancano una decina di mesi al voto: non è tanto, ma non è nemmeno pochissimo. Ci sarebbe il tempo per avviare un processo di costruzione di un Fronte (brutta parola, ma è per capirci …!) che possa battere questa non irresistibile destra e formare un Governo decente. Però serve tutto: leader, programma, simbolo, e pure volontà politica, credibilità, strategia comunicativa, appeal e accountability, come dicono quelli che conoscono il mondo ... Le “primarie” sembrano ragionevoli ma, ammesso di riuscire a portare una milionata di persone ai gazebo, cosa per nulla scontata, visto lo stato di crisi dei partiti organizzatori, chi garantisce che chi perde si adatterà a votare chi vince, chiunque sia? Qui si parla di partiti ed elettorati diversi, in competizione, spesso in forte contrasto tra di loro. Sicuro che, alle elezioni vere, l’elettorato cinquestelle voterà Schlein o quello piddì voterà Conte? E i riformisti che faranno? Resteranno a casa, se il candidato non sarà dei loro? Il rischio di un flop colossale è evidente e già a Venezia si è visto come i cinquestelle NON abbiano votato il candidato Martella, teoricamente unitario ma organico al PD. I tempi delle primarie di Prodi, di Veltroni, e poi di Renzi, quando il Partito Democratico era grande, anche se non unito, e rappresentava la gran parte della coalizione, sono definitivamente passati e non ritorneranno … ora c’è una competizione aperta, che è difficile pensare di ricomporre dopo i gazebo. C’è pure diffidenza, se non astio, per il passato. Io credo che la politica debba assumersi le sue responsabilità, evitando di scaricarle sull’elettorato: la politica deve discutere, accordarsi e proporre agli elettori una soluzione accettabile, attraente e possibilmente vincente. Bisogna che i leader facciano tutti un passo indietro e lascino la leadership a chi ha le maggiori possibilità di vincere, se davvero si vuole vincere, cosa di cui sempre più spesso dubito ... Non serve un governo di tecnici, per carità! Serve un governo politico, con dentro tutti i leader, ma con a capo un fuoriclasse che garantisca affidabilità al Paese ed ai nostri partner europei e globali, che oggi sono comprensibilmente perplessi e diffidenti verso un Paese che pare non cambiare mai pelle. Chiedo troppo? Chiedo solo un po’ di generosità, di umiltà, un bagno di realismo e non propaganda fallace, che promette sfracelli che non ci saranno. Non serve imbonimento e retorica: pretendiamo di essere trattati da adulti e pretendiamo che si comportino da adulti anche quelli che si propongono di governare. È intollerabile il livello di presa in giro che si ascolta nelle dichiarazioni ufficiali, sia del Governo che, ahimé, dell’opposizione. Tutti debbono fare i compiti a casa: PD, M5S, AVS, riformisti vari e sparpagliati (che così non servono a nulla, anzi sono dannosi). Tutti sono determinanti e nessuno può pretendere di dare le carte anche per gli altri. Per questo serve una figura al di sopra delle parti, che coordini, focalizzi, indirizzi, medi, una figura alla quale tutti debbono cedere un pezzetto di sovranità, per il bene comune. Chi si mettesse di traverso si prenderebbe una responsabilità storica pesantissima, che nessuno perdonerà mai e che espliciterebbe un’atavica paura di governare. Nel Paese c’è una maggioranza che è arcistufa della propaganda meloniana e attende di sentire parole di saggezza, di coraggio, di maturità. Bisogna convincerla che non siamo condannati alla morte civile da questa destra. Il centrosinistra ha le risorse per venirne fuori vincente. Deve trovare lo strumento e le parole giuste per fare sul serio. Chi e cosa ho in testa lo sapete già …
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