Quando si gioca una partita, normalmente si fa di tutto per vincere. Se no, perché giocare? Non c’è bisogno di scomodare John Nash e la sua teoria dei giochi, ma ogni giocatore deve tendere a massimizzare le sue possibilità di vittoria. Il gioco a perdere non è contemplato. Quindi, come può il centrosinistra italiano sperare di competere con un seppur sgarrupato centrodestra, ma comunque guidato da una persona di notevole appeal elettorale (dipende dai gusti, ovviamente …!) come la PdC in carica, senza contrapporle una figura almeno altrettanto significativa e “pesante”? Da mesi ci si “scrania” sull’alternativa Schlein-Conte. Chi è più adatto? Come si sceglie? Primarie, ballottaggio, accordo, giochi senza frontiere, tiro con l’arco, … Falsa alternativa: è evidente che nessuno dei due avrebbe vita facile in uno scontro elettorale con Giorgia Meloni. I due contendenti rappresentano elettorati in larga misura concorrenti, vengono da due storie diverse, da due ambienti politici forse irriducibili: il M5S fu creato contro il PD, Grillo lo diceva apertamente. Poi è passata tanta acqua sotto i ponti, ma comunque … Conte per tanti ha addosso uno stigma di ambiguità e di inaffidabilità (è un uomo venuto dal nulla, diventato PdC forse “per caso”, ma certamente senza alcuna selezione), Schlein si porta dietro l’ingenuità tutta slogan e megafono dei movimenti e l’inesperienza di chi non ha mai governato nulla. Il rischio più che concreto è che il/la vincente di eventuali primarie non venga riconosciuto/a dall’altra parte, con conseguente disastro elettorale alle elezioni vere. Inoltre, nessuno dei due ha oggettivamente uno “standing”, una “accountability”, oppure, per dirla in italiano, “ha gli attributi giusti” per vincere. Si rischia di giocare a “chi perde meglio”: innaturale, aberrante, illogico. Povero Nash! Ma il sistema è incatenato a questa alternativa, che giorno dopo giorno mostra tutti i suoi limiti ed espone il centrosinistra al rischio di perdere un’elezione che dovrebbe essere agevole, visti gli scadenti risultati di quattro anni di Governo della destra. Chi non li considera scadenti non avrà problemi: li rivoterà e sarà contento così. Chi invece considera il Governo della destra un fallimento pressoché totale si aspetterebbe di riuscire a ribaltare la situazione. Ma così l’impresa sembra perlomeno molto rischiosa, forse impossibile. Quando una squadra deve e soprattutto vuole vincere deve puntare al massimo, deve schierare tutti gli assi a disposizione, deve mirare al risultato, anche a costo di mandar giù qualche boccone indigesto. Se davvero si vuole vincere, bisogna evitare il cosiddetto “braccino corto” e sparare tutte le cartucce migliori a disposizione. Ad ogni costo …, senza tenere in panchina, o peggio in tribuna, risorse che invece potrebbero essere determinanti. Ora, è indubbio che il miglior italiano sulla piazza, il più autorevole, il più considerato, il più introdotto nelle Segreterie mondiali, il più famoso mediaticamente, anche il più trasversale, cosa che non guasta affatto, quello che infine ha segnato con i suoi atti momenti di importanza storica per l’Italia e per l’Europa, sia Mario Draghi. Si alza subito il coro: “Ma no, non ci starebbe …, non si può …, non lo accetterebbero, …” È vero, sarebbe dura per le Segreterie dei partiti, per le classi dirigenti, per i maggiorenti, fargli spazio, ma parliamo di qualche migliaio di persone, forse. Al centrosinistra servono più di una dozzina di milioni di voti per vincere, da dodici a quindici MILIONI (lo scrivo in maiuscole!). Draghi opposto a Meloni sarebbe come il PSG contro il Frosinone. No match …! Ovviamente, ci sono enormi difficoltà, ma la posta in gioco è così alta che vale la pena anche spianare le montagne. È vero, il centrosinistra perderebbe forse un po’ di voti di irriducibili cinquestelle o di trinariciuti della cosiddetta sinistra radicale, ma guadagnerebbe una valanga di voti di moderati, di astensionisti, di gente che non aspetta altro che poter votare uno che sia competente, affidabile, considerato in Europa e nel mondo, uno che, come riferiva un premier straniero, quando parla, tutti gli altri prendono appunti. Draghi non è affatto fuori dai giochi: Draghi è molto attivo in Europa, non ha messo sullo scaffale il suo famoso “memorandum”, chiestogli da von der Leyen, e che nessuno finora ha trovato il coraggio di portare avanti. Draghi ha fondato da poco un cosiddetto think-tank, chiamato Rhine Group, proprio per promuovere le proposte del suo “memorandum” e spingere per una sua applicazione da parte dei maggiori attori europei. È la famosa Europa a più velocità … Draghi è sulla breccia, è presente e lotta insieme a tutti i veri europeisti, non si è affatto ritirato a Città della Pieve. È pronto e credo che si metterebbe volentieri in gioco, se gli fossero offerte sufficienti garanzie di agibilità politica. Draghi è una risorsa della Repubblica, di questa Repubblica, e non di quella sovranista e populista sponsorizzata dalla destra. Schlein e Conte storcerebbero entrambi il muso, i loro luogotenenti pure, non c'è alcun dubbio, ma questo è garanzia di equità. A uno di un altro livello, di un’altra categoria, è difficile dire di no … l'eventuale concorrenza attuale, costituita pur da persone tutte degnissime, ma con una frazione del suo credito, sarebbe subito sbaragliata. Senza primarie o inutili riti divisivi. I Partiti dovrebbero abbozzare, ma gli elettori potrebbero godere…! Con Draghi si vince facile e di sicuro, con la manfrina in atto si perde, altrettanto di sicuro. Un’operazione del tutto analoga riuscì alla perfezione nel 1995, con Romano Prodi. Allora fu un’iniziativa essenzialmente di Massimo D’Alema, gran furbone ..., stavolta deve essere un’iniziativa che parte dal basso, da noi elettori, preoccupati per il rischio di doverci tenere, ancora per anni, pericolosi sovranisti sia a Chigi che al Quirinale. È ora di replicare! È ora di tornare a vincere!
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