Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata (Tito Livio). In realtà a Roma (e non solo lì) si discute (molto, troppo, …) di primarie del centrosinistra, mentre il mondo diventa sempre più una polveriera rovente di clima e di tensioni. Non può sfuggire a nessuno che la coalizione di centrosinistra, improvvidamente denominata “campo largo”, non è una coalizione di amore e passione, ma è un’alleanza di necessità, un matrimonio combinato per il comune interesse dei contraenti a non permettere un secondo mandato a Meloni e soci, e di conseguenza l’ascesa al Quirinale di un sovranista. Qualcuno può contestare questa affermazione tanto ovvia? Il PD ed il M5S, i partiti più grandi del mazzo, sono partiti quasi antitetici: Grillo fondò il M5S per cercare di distruggere il PD, considerato la sentina di tutti i vizi della politica italiana. Chi c’era nel 2008-09 ricorderà le intemerate di Grillo e di Casaleggio, più contro il PD che contro Berlusconi. Il M5S portò via milioni di voti al PD, illudendo molti ingenui che si trattasse di una cosa nuova. Era in realtà solo il vecchissimo populismo qualunquista in salsa social. Fu un’ubriacatura nefasta. Ora tanta acqua è passata sotto i ponti ma, a parte qualche caso di evidente sindrome di Stoccolma da parte di un pezzo non piccolissimo del PD, sotto sotto innamorato dei carnefici, questo antagonismo è sostanzialmente arrivato intatto fino ad oggi e non c’è motivo perché all’improvviso sparisca. Eppure, allearsi si deve … L’ultima cosa da fare quindi è quella di aprire un confronto, addirittura una conta, PRIMA delle elezioni vere, con primarie che dovrebbero stabilire chi guida la coalizione, e soprattutto chi NON la guida. Nelle primarie le differenze si esaltano, non si smorzano di certo … In tanti stanno preannunciando disastri. Forse esagerano, ma sono voci autorevoli. Il problema è che le due leadership (Schlein e Conte) sono due leadership deboli, prive di vera autorevolezza, credibilità, carisma. Conte è un politico “per caso”, estratto dal cilindro nel 2018, su consiglio di Fofò Bonafede, da Di Maio e Salvini, che non riuscivano a mettersi d’accordo su un nome condiviso. Non sapremo mai come e perché sia uscito il nome di un oscuro avvocato pugliese … Schlein da par suo è frutto di un Congresso nel quale era stata sconfitta alla grande dal tranquillo Bonaccini, venendo poi ripescata dalla seconda fase di votazione, con la partecipazione di passanti, curiosi, simpatizzanti, quinte colonne di altre forze, insomma la qualunque, che comunque ribaltarono il risultato. Schlein è insomma la Segretaria dei passanti e non dei veri proprietari del Partito … Insomma, entrambi non sono certo Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Sandro Pertini, Bettino Craxi, Giulio Andreotti, …, gente con curricula spettacolari e carisma da vendere. Schlein e Conte sono due leader di serie B, che ora si litigano la leadership della coalizione di centrosinistra, tra lo sgomento di tutti quelli che, con maggiore esperienza e capendo un po’ di più la politica, sono terrorizzati da quello che potrebbe succedere alle elezioni vere, quando ci saranno. La campagna per le primarie potrebbe tramutarsi in un disastro, non ci va un Machiavelli per capirlo. Eppure, dum Romae consulitur … Sembrerebbe evidente che in queste condizioni si debba cercare e trovare “ad ogni costo” un punto di sintesi di livello superiore, qualcuno che metta d’accordo tutti, seppure con qualche inevitabile mugugno, e permetta di condurre una campagna elettorale “normale”. E che vinca il migliore …! In tanti invocano un programma. Giusto ma, di nuovo, è stranoto su cosa c’è un accordo e su cosa no: pensiamo che qualcuno voglia rinunciare alle sue bandiere in una campagna per le primarie? Solo un sano pragmatismo può aiutare ad uscire da questo pasticcio: un programma di centrosinistra, per essere tale, certamente deve contenere interventi su salari, sanità, sicurezza, equità fiscale, sviluppo economico, in un solido quadro europeo. Tutto però all’interno di compatibilità che sono più grandi di noi e sono dettate da vincoli di bilancio, da equilibri internazionali, dalle relazioni con gli altri Paesi della UE, dalla quale non possiamo scappare, checché qualcuno ne possa dire. Il Programma lo farà la realtà, se uno la vuole leggere, interpretare e modificare, per quanto possibile. I sogni vanno bene, forse, sui social e nei comizi … Il leader invece bisogna deciderlo: noi, non la UE, la NATO o chi altro. Il leader deve uscire da noi, deve essere uno di cui la gente, tanta gente, può fidarsi, uno competente, affidabile, rispettabile e rispettato, ben introdotto e credibile. Ho segnalato Draghi: continuo a sostenerlo perché non ce n’è altri come lui e tutti dovrebbero capire che, se vuoi vincere, è meglio giocare con gli assi e non con le scartine. Le forze politiche devono entrare nell’ordine di idee di scegliere uno così, e non uno tra due che si fanno la guerra. Se i vertici non lo capiscono, il Partito maggiore (il PD in questo caso) deve fare ciò che serve. Ad esempio, mettere in minoranza la Segretaria con un voto in Direzione. Quella stessa Direzione che nel gennaio 2014 sfiduciò a larghissima maggioranza il premier in carica, un immobile Enrico Letta, con mozione a firma di Roberto Speranza, per permettere la nomina a PdC di Matteo Renzi. Un Partito deve essere capace di prendere decisioni anche dure, se serve al bene comune. E adesso serve. Persino D’Alema capì che doveva cedere il passo a Romano Prodi, nel 1995. Che vinse e, con Ciampi, ci portò nell’euro. Senza Schlein, Conte sarebbe costretto a ritirare la sua candidatura, aprendo quindi la selezione di un nome pesante. Questa è la politica vera, non le chiacchiere da talk show, dove si preferisce incensare il martire Ranucci piuttosto che aprire un dibattito, molto più utile e significativo, sulla leadership del centrosinistra. Ecco, a proposito, il nome pesante NON è Sigfrido Ranucci … è chiaro, no?
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