Il poco decifrabile risultato delle elezioni in Israele, dove per ora non ha vinto nessuno e paradossalmente l’ago della bilancia sembrano essere i partiti arabi israeliani, insieme ai più rassicuranti esiti delle elezioni in Brasile, vinte dal vecchio ma indomabile Lula, e in Serbia, vinte da un partito-non-partito fondato da giovani studenti stufi del vecchiume sovietico del precedente regime, inducono da una parte a pensieri positivi e confortanti, dall’altra certificano la dimensione epocale della minaccia cui sono sottoposti i sistemi democratici. Meglio vincere che perdere, avrebbe detto Max Catalano di “Quelli della notte” ma, quando si vince per un soffio, è opportuno tenere conto del peso dei perdenti. Infatti, la bilancia può pendere ora di qua, ora di là. Che vincano la libertà e la democrazia ci riempie di gioia, ovviamente, ma guai a dimenticare che un peso quasi uguale ce l'hanno gli avversari populisti con chiare tendenze antidemocratiche e illiberali, che ormai conosciamo bene. È questione di decimali, pochi punticini che, quando ci sono, rallegrano, ma non rassicurano. Basta poco per rovesciare tutto. Viviamo tempi pericolosi, quindi guai a distrarsi, anche solo un attimo, per gioire ed abbracciare il vicino. Le masse che votano convinte per partiti e candidati chiaramente autoritari, aspiranti autocrati, illiberali, sono molto cospicue e possono prevalere in ogni momento. Si pone il problema di ridurre lo spazio culturale e sociale per queste aperte minacce alle democrazie, e bisogna farlo con metodi democratici, pena fare il gioco degli avversari ... “Vaste programme” avrebbe detto il Generale (De Gaulle, non Vannacci …). Bisogna cercare di capire perché decine e decine di milioni di persone, in ogni parte del mondo, restano affascinate da palesi mentitori seriali, imbonitori autoritari, che spesso fanno apertamente i loro interessi personali, e poi minacciano, insultano, reprimono il dissenso, non creano alcuna ricchezza se non per i soliti pochi, insomma non restituiscono nulla di positivo per i milioni di persone che, nonostante tutto, li votano. Li comprano con promesse vaghe, tante chiacchiere, la protezione dalle paure, la sicurezza, il timore del diverso, …, agiscono su leve ataviche, muovono recessi psicologici nascosti, … Però funziona, funziona molto bene, anche grazie alla difficoltà di mettere insieme alternative credibili ed altrettanto convincenti: far leva su argomenti semplici e diretti è sempre più agevole che stimolare la riflessione. Eppure, bisogna farlo. Noi che ci riteniamo sinceri democratici accettiamo l’alternanza al potere delle maggioranze e delle minoranze, ma nel quadro condiviso dei valori democratici; non possiamo permettere che pochi decimali possano violentemente deviare il corso della storia di paesi civili, di solide tradizioni democratiche. Tra una settimana sapremo i risultati delle midterm americane: siamo tutti ben consci che, se non andranno nel senso voluto da Trump, quest’ultimo non la prenderà affatto sportivamente e reagirà. Come, lo vedremo, ma non saranno solo parole … purtroppo sono lecite le più fosche previsioni. Potrebbe succedere di tutto. I democratici non partono avvantaggiati in questo scontro di concezione della società. Infatti, mantenere un qualsivoglia ordine costa sempre molta più energia che favorire il disordine (le leggi della termodinamica non ammettono eccezioni …), quindi il sistema tende a degradare e la resistenza sembra destinata a soccombere. Non si sopravvive a lungo con qualche decimale di differenza, ammesso di avercelo. Occorre di più, molto di più, per mettere in sicurezza il sistema. Questo di più non può che risiedere nella diffusione e nella condivisione della cultura democratica e nel coinvolgimento di quante più persone possibile nella “resistenza”. Fino a qualche decennio fa tutto sembrava consolidato: c’era persino chi parlava della “fine della storia”. Macché! È bastato poco perché tutto tornasse in discussione. Da qualche parte abbiamo sbagliato di grosso: faciloneria, imprevidenza, troppa sicurezza, anche malafede da parte di chi avrebbe dovuto vigilare di più. Fatto sta che oggi la situazione è precaria e ogni elezione sembra essere diventata una specie di ordalia. Troppo rischioso …! Non può durare così … Serve attingere ad energie fresche, a forze nuove disponibili a mettersi in gioco. I giovani, ad esempio, che non sono una categoria ma una riserva sociale, sono pronti? In Serbia hanno fatto il miracolo, ma è un esempio troppo limitato. Altrove sembrano centrifugati da forze che tendono a proiettarli ovunque, purché distanti dal fulcro della politica. Non possiamo permetterci di regalarli al qualunquismo. E poi … Ovunque nel mondo sono decine di milioni le persone non giovani, ma disilluse, nauseate, apatiche, scettiche, sconfortate, o semplicemente incapaci di comprendere cosa ci stiamo giocando. Questi milioni di persone possono e devono fare la differenza, se si convincono che vale la pena difendere i sistemi democratici. Troppe sincere e brave persone si mostrano ritrose ad un qualsiasi impegno politico. Non si rendono conto che hanno nelle mani la chiave delle nostre civiltà e forse danno ormai per persa qualsiasi speranza di riscatto. Non può finire così: le democrazie, il welfare, i diritti fondamentali dei cittadini, lo Stato di diritto, non possono essere messi a repentaglio dalla neghittosità di chi non se la sente di difenderli. E non vale affatto cercare di bilanciare il populismo con un altro populismo: è peggio, molto peggio. Il populismo si batte con la coscienza, con la scienza, con la consapevolezza, e non contrapponendo semplificazione a semplificazione. Non esistono scorciatoie: la democrazia si basa sulla presenza, sul presidio dei principi, sul rapporto umano diretto e consapevole. Dobbiamo ad ogni costo consolidare la rete dei democratici e riformisti in tutto il mondo, ben sapendo che "gli altri" faranno il diavolo a quattro per prevalere. Non molleranno ... La partita è aperta, per fortuna, ma il risultato è ancora molto incerto.
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