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Il bersaglio

L’antiamericanismo è vecchio quasi quanto l’America. Gli inglesi si videro sfuggire una ricca colonia (… 13 colonie, come le strisce della bandiera  “stars and stripes” ), strappatagli di mano da un popolo di supposti bifolchi, la maggior parte reietti della società europea, che si erano emancipati al punto da ribellarsi e proclamare l’indipendenza degli Stati Uniti nel 1776 (4 luglio), sugellata con il Trattato di Parigi dopo una sanguinosa guerra durata 7 anni (1783). Era  la prima nazione al mondo basata su una democrazia liberale di stampo costituzionale  (cfr. Wikipedia), e da allora divenne il punto di riferimento per tutta la successiva storia europea, a partire dalla Rivoluzione Francese del 1789. Ne è passato del tempo, la Storia ci ha consegnato mille episodi, edificanti e meno edificanti, quelle 13 colonie sono diventate 50 Stati Uniti, una grande potenza economica, militare, tecnologica, culturale, perfino morale, anche se quest’ultima connotazione ha suscitato da sempre mo

Quanto dura un dittatore?

La domanda non sembri peregrina: è vero che tutto al mondo prima o poi passa e va, ma una dittatura certamente  “non è per sempre” , come un diamante. E per fortuna ...! D’altronde la Storia ci dimostra chiaramente che nell’era moderna, dopo le rivoluzioni liberali di fine Settecento, i regimi liberali sono risultati molto più stabili e duraturi rispetto ai regimi tirannici totalitari. Qualche Paese fortunato, come Stati Uniti, Regno Unito, Canada, non ha mai conosciuto regimi diversi dalla democrazia ma, come si suole dire,  “faber est suae quisque fortunae” . Molti altri, invece, hanno dovuto subire le traversie della Storia, spesso rendendosi più o meno complici del dittatore di turno. A partire dall’inizio dell’Ottocento, possiamo scorrere l’elenco delle principali dittature che si sono succedute (tante, troppe, e queste sono solo le più rilevanti). Bonaparte , giusto per cominciare dal primo dittatore dell’era moderna, durò solo 13 anni (1802-1815); suo nipote  Napoleone III  fu i

Piccoli flash

Piccoli e sparsi flash, all’inizio di una strana e crudele primavera … I filmati disponibili in rete (fortunatamente sono solo una dozzina di minuti …!) del finto matrimonio di  Silvio Berlusconi  con la finta sposa in bianco, di 54 anni più giovane, officiato sabato nella finta Università del Libero Pensiero, davanti ad un ristretto numero di intimi sodali, espongono un florilegio di pacchianate, di provincialismo, di vecchio cabarettismo che pensavamo fosse passato e sepolto, insieme alle cineprese Super8: un  jet set  da strapaese che ride e fa battute (e non ci sarebbe nulla di male …, ma che le espone, in questo preciso momento, come simbolo del proprio potere, ormai invecchiato e stinto). E pensare che c’era chi voleva farlo Presidente delle Repubblica… altro che banane! Il sorriso tirato e isterico di  Marco Travaglio , preso a pesci in faccia senza pietà, sotto lo sguardo preoccupato ed impotente della maitresse Gruber, da un altro simpaticone, stavolta nei panni del giustizier

Caro Michele ... (ancora!)

Ancora una volta non riesco a trattenermi dall’interloquire (ormai sono al limite dello stalking …!) con Michele Serra che, in un recente articolo del 16 marzo, si rammaricava che la sinistra, genericamente e sommariamente intesa come qualcosa di riconoscibile (bontà sua!), perdesse tempo ed attirasse l’attenzione su di sé con continue feroci discussioni su quanto sta avvenendo in Ucraina. Sintetizzo, forse troppo, ma il senso era questo. Dice giustamente, il Michele, che è la destra a doversi sentire più in imbarazzo, vista la sconsiderata ammirazione per l’autocrate russo, a lungo dimostrata dai suoi leader (l’amicone Berlusconi  in primis , poi Salvini con le magliette, l’Hotel Metropol e i leghisti veronesi, e pure Meloni, amica di Le Pen, quella che ha fatto distruggere i volantini elettorali con la sua foto a fianco del grande leader, che in Francia scrivono  “Poutine” , per non doverlo pronunciare come un imbarazzante  “putén” ). Dice pure che la sinistra non dovrebbe rubarle la

La guerra dei mondi

Innumerevoli sono e saranno le conseguenze, gli strascichi, i corollari, che questa crudele aggressione lascerà dietro di sé. Ne subiremo le conseguenze per anni e forse per decenni; molto cambierà nelle nostre vite e nel nostro modo di fare politica. Si sta delineando una nuova  “guerra dei mondi” , uno scontro tra due concezioni dell’organizzazione sociale: quella occidentale, aperta, democratica, di stampo liberalsocialista e quella autoritaria, totalitaria, sovranista, dei regimi che abbiamo imparato a chiamare “democrature”. La Russia di Putin sta facendo l’apripista e Dio non voglia che a ruota segua anche la Cina: possiamo certo sperare nella scarsa impulsività e nella pragmaticità del carattere e della cultura cinese, ma dobbiamo riconoscere loro di essere capaci di avere uno sguardo molto lungo, una visione programmatica di decenni e non di mesi. Se così è, si sta ricreando una nuova distinzione tra blocchi, alla cui base c’è una diversa concezione dell’organizzazione sociale.

Per cosa si combatte

  A sentire gli accorati proclami “pacifisti”, lanciati sia nelle piazze fisiche che in quelle mediatiche da accigliati e pensosi dirigenti, intellettuali, opinion maker, pseudo leader di organizzazioni fatiscenti ed anacronistiche, spericolati equilibristi, uno si chiede in quale mondo vivano, che realtà vedano, quanto è spesso il velo dell’ideologia che annebbia loro sia gli occhi che la mente. Gente che riempie bocca ed etere di luoghi comuni, di ovvietà, di banalità tali da doversi chiedere se essi siano mai usciti dalla fase adolescenziale, quella nella quale tutti sono autorizzati (ma solo per poco tempo, però) a sparare cazzate in quantità industriale, purché siano molto immaginifiche. Di solito poi uno cresce e diventa più equilibrato, più maturo, ovvero più capace di calare le proprie idee nella realtà e misurarsi con essa. Non è per tutti così: perché vaneggiare di  “neutralità attiva”  non vuol dire nulla di concreto, è solo fuffa, e pure insistere per un intervento dell’ONU

Quale nuovo equilibrio?

In questa terribile (ma pure inconsueta e singolare) guerra ucraina, chi l’ha scatenata, cioè l’autocrate Putin, non può vincere e non può perdere. Così almeno a me pare. Non può vincere perché è solo contro quasi tutto il mondo, la sua reputazione internazionale è irrimediabilmente compromessa, perché sarà sempre più mal sopportato anche in casa sua, perché gli ucraini non si lasceranno mai annettere del tutto, perché la potenza dell’economia e della finanza può essere maggiore di quella delle armi (almeno di quelle convenzionali), perché l’uso delle armi nucleari esporrebbe la stessa Russia ad un pericolo troppo grande ed assolutamente incontrollabile. E molte altre valide ragioni. Non può nemmeno perdere, però, perché la sproporzione dei mezzi militari in campo è evidente, perché i Paesi terzi non possono e non vogliono intervenire direttamente, perché purtroppo non c’è limite alla distruzione ed alle sofferenze che la sua violenza può imporre al popolo ucraino, perché la destabiliz

Domande senza risposte

Tutti ci chiediamo: quando finirà? come finirà? E ancora: perché tutto è cominciato? qual è stato l’errore? chi ha  “sbagliato più forte”  (per citare Fossati)? Il nostro mondo è abituato a certezze, a legami stretti tra causa ed effetto, tra azione e reazione e, anche quando arriva l’imprevisto (il Covid o un terremoto …), cerca di ricondurlo subito nell’ambito della gestione, emergenziale ed approssimativa quanto si vuole, ma sempre gestione razionale. Scienziati che si attivano, enti che si parlano, politici che si incontrano e prendono decisioni, noi che ci adattiamo senza troppe proteste anche a cose inaudite, come chiuderci in casa per settimane. Ora è diverso. Primo, perché il Covid, o un evento naturale, colpisce tutti indiscriminatamente, Est e Ovest, liberi ed oppressi, poveri e ricchi. Secondo, perché in quei casi le contromisure sono note; possono semmai risultare inadeguate, o insufficienti, ma fanno parte di un armamentario conosciuto, non si parte mai al buio. Azione e r

War Games

“The only winning move is not to play”. Questa frase ( “la sola mossa vincente è non giocare” ) compariva sullo schermo del supercomputer protagonista di War Games , un film di quarant’anni fa che rappresentava uno scenario di possibile escalation nucleare provocata dal computer stesso che, ad un certo punto, non distinguendo più tra gli scenari di simulazione e la realtà vera, era arrivato ad un passo dallo scatenare l’olocausto nucleare; alla fine però, costretto a giocare contro se stesso, il computer riusciva a produrre quella icastica conclusione. “Non giocare”: è una parola …! Quando la realtà è quella vera e non quella simulata, qualcuno può costringerti a giocare, anche controvoglia. E ti mette di fronte ad atti che non vorresti accettare, ma che sei costretto comunque a fronteggiare. A poco serve chiedersi se il comportamento è razionale o meno. È una rottura dell’equilibrio ed è quella che devi gestire, cercando la strada verso un nuovo equilibrio che non conosci, ma che sper

Di cosa parliamo, quando parliamo di pace

Ma davvero dobbiamo abituarci all’idea che, ai confini dell’Unione Europea, uno Stato sovrano possa essere invaso militarmente da uno Stato confinante, più grosso e più potente? Ma davvero siamo tornati al punto che le questioni internazionali tra Stati possono essere affrontate solo con i missili e i carri armati? Ma davvero siamo tutti diventati così incapaci di metterci attorno ad un tavolo (Putin ne ha di enormi …) e analizzare problemi e possibili soluzioni con razionalità? Cosa penserebbe il Premio Nobel Johnny Nash ( “A beautiful mind” ), che teorizzò e dimostrò l’esistenza di un punto di equilibrio tra gli interessi contrastanti dei giocatori, purché essi siano razionali? Direbbe che i giocatori non sono razionali. Ovvero una conclusione devastante e senza speranza, se applicata alla politica internazionale in un mondo pieno zeppo di armi di distruzione di massa, non tutte depositate in mani sicure e, appunto, razionali. Possibile che, con tutta la scienza, la tecnologia, la fi